mercoledì, 07 ottobre 2009

Il Buco al Naso

- Allora al tre, mi raccomando...
- Va bene. Fai un bel respiro... uno... due...
Bang!
- Aiaaahh! - Una lacrima mi scende giù per la guancia. - Avevo detto al tre cazzarola!!

Sono in strada e sto mangiando velocemente un panino. Condivido la panchina con una vecchia che sta tornano a casa con le buste della spesa e si è seduta per fare una breve sosta e io sto per strozzarmi perché ho dimenticato di comprare una bottiglietta d'acqua e mentre penso che soffocherò, un signore mi passa davanti gridando al telefono:
- Ti ho detto di no! Guarda che se troni a casa con l'orecchino al naso mi arrabbio e non ti faccio più uscire fin quando le tue amiche non si saranno dimenticate come sei fatta! Ho detto di nooo!
Sento solo un lato della conversazione, ma posso immaginare benissimo cosa stia rispondendo la ragazza dall'altro capo del telefono.
- Senti, guarda, non dobbiamo neanche stare qui a parlarne perché tanto la risposta è no! E allora tu torna con l'orecchino al naso e poi vedi quello che succede!! Te lo faccio togliere immediatamente. E a me cosa importa se le tue amiche ce lo hanno? Hai quindici anni e vivi con me e fin quando starai a casa mia farai quello che ti dico io e la mia risposta è no! E adesso basta che ho da fare!

Santi quindici anni, quando la trasgressione è ancora tornare a casa a mezzanotte e mezza o farsi il buco al naso. Cioè, veramente le ragazzine di adesso, hanno già provato la pillola del giorno dopo, fumano come inceneritori e guidando le macchinette ti mandano affanculo col dito medio tagliandoti la strada, ma sapere che c'è ancora qualcuno che chiede il permesso al papà per farsi il buco al naso, mi rincuora e mi fa sorridere. Dai, non puoi chiedere il permesso per una cosa simile. Queste sono infrazioni che si fanno presi dall'euforia e dall'adrenalina del momento sapendo perfettamente che poi se ne pagheranno le conseguenze. Per certe cose, bisogna solo chiudere gli occhi, fare un gran respiro e contare fino a tre senza pensarci troppo e fossero questi i veri problemi della vita. Io quando decisi di farmi il buco al naso ero a lezione all'università. Una noiosissima lezione di teoria e storia del restauro e la professoressa che non smetteva di parlare di chiese e vai a sapere di che altro e con la mia amica stavamo facendo di tutto tranne che ascoltare. Tanto avremmo poi chiesto gli appunti a qualcuno. Sinceramente non so bene neanche io come ci venne in mente, so solo che ad un certo punto ci guardammo negli occhi e recuperammo gli zaini uscimmo dall'aula. Destinazione, la gioielleria più vicina alla facoltà. Lei fu la prima e mi disse che aveva sentito solo come un pizzicotto e poi fu il mio turno e il commesso caricò l'orecchino nella pistola e mi fece un puntino sul naso con un pennarello nero e avvicinò la pistola.
- Allora al tre, mi raccomando...
- Va bene. Fai un bel respiro... uno... due...
Bang!
Sapevo di aver fatto una cosa che i miei genitori non avrebbero approvato e oltretutto l'orecchino provvisorio era una cosa enorme che di uscire e tornare a casa con quel coso non se ne parlava proprio. Così, anche se mi era stato espressamente vietato, comprai un orecchino più piccolo, una pallina d'argento e mi misi allo specchietto del motorino e tolsi rapidamente quell'orecchino enorme e infilai di corsa la piccola pallina d'argento e non appena il gambo del nuovo orecchino sfiorò la carne viva del buco al naso, subito una fitta di dolore mi fece pentire di quel mio gesto e lacrimare gli occhi.
Tornato a casa in principio i miei genitori non si accorsero di niente, fu solo durante la cena che mia madre mi domandò cosa fosse quella macchiolina sul naso. Ingenua, lo aveva scambiato per un neo e già stava prenotando un appuntamento dal dermatologo che un neo che spunta così all'improvviso non è normale! Quando si accorse che era un orecchino, scosse la testa e andò in cucina senza dire un parola e i silenzi di mia madre erano anche peggiori di uno schiaffo in pieno viso. Mio padre invece, mi domandò che cosa rappresentasse quel gesto, se andava inteso come simbolo di ribellione o qualcosa del genere e quando gli risposi che mi piaceva, non mi parlò per tutta la sera e anche il giorno successivo. Arrivato a trent'anni, ormai è una cosa alla quale mi son talmente abituato che non vederlo mi farebbe strano. Anche se ultimamente ho iniziato a interrogarmi se non sia il caso di riporre nel cassetto le mattate giovanili e iniziare una nuova vita da adulto; insomma, ormai ho una certa età e mi domando se l'orecchino al naso sia una cosa che posso portare fino ai novant'anni oppure se arrivati a un certo punto va tolto. E comunque son passati dieci anni da quando lo ho fatto, ma mia zia ancora mi domanda se sia entrato a far parte di una tribù di Indios dell'Amazzonia aggiungendo tutte le volte in modo sarcastico: - A quando il piattino nel labbro inferiore?
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mercoledì, 30 settembre 2009

Liceo

La scuola superiore, ha segnato senza alcun dubbio il mio passaggio dalla pubertà, all'età adulta. Anche se a pensarci adesso, mi sarei potuto divertire molto di più. Scelsi di andare al liceo artistico perché tutti continuavano a dire che disegnavo veramente bene e la mia professoressa di arte delle medie mi adorava e io mi convinsi che si, forse ero veramente bravo a disegnare e valeva la pena iscriversi in una scuola dove il voto in disegno era considerato più importante di quello in italiano. E effettivamente i miei voti furono per la prima volta da quando avevo iniziato a frequentare banchi e lavagne, i più  della classe. Se non fosse che il primo anno di liceo fu divertente e interessante con tutte quelle materie nuove e l'entusiasmo di conoscere persone diverse da quelle che avevo frequentato alle medie, ma poi iniziai ad odiare quella scuola di ignoranti dove si dava importanza solo alle materie artistiche e si snobbava tutto il resto.
Per arrivare a scuola impiegavo 45 minuti, qualche volta anche 60, ma in definitiva non mi pesava neanche troppo. Di licei artistici non ce ne sono molti a Roma e quindi ecco spiegato il motivo di tutto quel tempo trascorso sull'autobus per arrivare a destinazione e se all'inizio era una vera scocciatura, alla fine cercai di far girare a mio favore quest'inutile perdita di tempo e allora cominciai a smettere di fare i compiti di pomeriggio e presi a studiare direttamente sull'autobus. Dato però, che quando arrivava alla fermata sotto casa mia, l'autobus era già bello che pieno, spesso uscivo con qualche minuto di anticipo e arrivavo fino in fondo alla strada dove c'era il capolinea e dove avrei trovato un sicuro posto a sedere. I posti migliori erano quelli dietro dietro, sulla così detta "pancaccia" perché lì nessuno veniva mai a scocciare, mentre invece se ti sedevi dalle altre parti, potevi star certo che arrivava una vecchia con le buste della spesa e ti faceva alzare accusando dolori di ogni tipo che io non ho mai capito e mai capirò, perché gli anziani vadano al mercato così presto che se uscissero alle dieci non beccherebbero nessuno sugli autobus.

I 10 ricordi più vividi delle scuole superiori:

  1. Studiare sull'autobus durante il tragitto da casa a scuola con la gente accanto che guarda incuriosita e l'autobus pieno come un vagone per Auschwitz e gli ombrelli bagnati durante l'inverno che gocciolano tra le pagine dei libri..
  2. Il diario, sul quale anziché scrivere i compiti, facevo i ritratti e le caricature dei miei compagni di classe e dei professori che ormai ero diventato famoso e tutti mi chiedevano di vedere i disegni che facevo mentre i professori spiegavano e ovviamente questi diari li conservo ancora gelosamente sulle mensole della mia camera da letto.
  3. L'attrezzatura da studente del liceo artistico, con il tubo di plastica con dentro arrotolati i fogli 50x70 e il carboncino che sporca le mani di nero e la "gomma pane" che è come un pezzo di pongo, ma più puzzolente e serve per schiarire le ombre.
  4. Il primo sciopero dei professori e cinque ore passate in classe senza far nulla con il delirio che si scatena tra i banchi e le partite di calcio improvvisate con una palla fatta di carta e scotch e una guerra di cancellini imbevuti di gesso.
  5. La prima occupazione con le classi ridotte a dormitori e le scritte sui muri che aumentano giorno dopo giorno e la sensazione che nessuno sappia realmente perché si sta manifestando.
  6. Le ore di educazione fisica passate ai campi di atletica con le ragazze sedute sugli spalti poiché perennemente indisposte neanche fossero Carrie lo Sguardo di Satana e noi maschi costretti a correre su quella pista rossa per troppo tempo e dopo la corsa il salto in lungo con la sabbia che entra nelle scarpe e poi anche il salto in alto che anticipa il momento della doccia, tra vergogna e curiosità.
  7. Gli amici e i compagni di banco dai quali credi non ti separerai mai e con i quali ho riso come non mai durante le ore di lezione rischiando più di una volta di essere buttato fuori dalla classe.
  8. Le interrogazioni durante le quali fai scena muta e ti guardi attorno sperando che qualche tuo compagno ti suggerisca, ma invece ti accorgi che non appena la professoressa ha pronunciato il tuo nome, tutti hanno tirato un sospiro di sollievo e si sono messi a fare altro lasciandoti completamente da solo accanto alla cattedra.
  9. Il bagno con l'odore di fumo e i disegni osceni alle pareti e le bidelle che fanno irruzione trascinando fuori dai cessi le coppie che si sono appartate per pomiciare.
  10. Il primo caffè bevuto per rimanere sveglio durante la notte che precede l'esame di maturità e le ore passate a ripetere Montale e Leopardi e il primo sole che filtra tra le fessure della serranda e la sensazione che ormai quel che è fatto è fatto.
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mercoledì, 23 settembre 2009

Riconoscersi

Una cosa che non ho mai capito, è come facciano gli animali a non sbagliarsi. Nel senso, come fa un leone a sapere di essere un leone e non volersi trombare... non so, un ghepardo o un rinoceronte!? È una questione di odori, o c'è dell'altro dietro?

Per mio fratello è semplice, gli basta cercare una bionda tutta risatine e Vuitton e con un paio di battute quella cade ai suoi piedie e...  centro! Per me invece, è un po' più complicato. Potrei andare dal primo bel maschione che incontro e sfoggiargli il mio sorriso migliore, ma le possibilità di tornare a casa con un occhio nero e il naso rotto, sarebbero decisamente alte. Sono gay, già. E se c'è una regola fondamentali dell'essere fru fru che non ti insegnano alla scuola, è quella di capire, prima di tutto, se anche lui è come te. Riconoscersi. Effettivamente io un leone che corteggia un rinoceronte non lo ho mai visto. Magari gli etero non ci pensano a queste cose, ma alcune volte è veramente complicato guardare in faccia una persona e cercare di capire se è etero o gay. Certo, se siete in pista a ballare a petto nudo un remix di Lady Gaga e quel tipo laggiù tanto carino e con una canottiera aderente che mette in risalto il suo petto maschio, improvvisamente si avvicina e vi mette una mano sul pacco, bhè, allora in questo caso non ci sono molte chiavi di lettura. Le cose si complicano però, quando si vive la vita reale, fuori dai locali e lontani dalle bandiere arcobaleno. Le leggende metropolitane vorrebbero che ad ogni gay, sia stato “impiantato” un gay radar che permetta di individuare un altro finocchio a cento metri di distanza meglio di un tom tom con gli autovelox. La realtà però è tutt'altra cosa e mi sa che il mio gay radar lo hanno preso tipo al discount, che non so come mai, io non mi accorgo mai di nulla che non riconoscerei un gay, neanche se inciampassi nei suoi tacchi a spillo. E invece il mio ragazzo, lui è completamente l'opposto e vede gay ovunque che addirittura un giorno eravamo a cena fuori e nasce una discussione su di un tipo che secondo me era etero e secondo lui era ovviamente gay e stavamo discutendo quando se ne esce con un proverbio che io non so chi gli abbia detto che a me mia nonna insegnava cose del tipo “È meglio che la panza crepa piuttosto che ‘a robba se spreca” e invece lui mi guarda dritto negli occhi e mi fa: “Ricorda che la figa piace a molti, ma il cazzo piace a tutti”. Santa saggezza popolare.

Riconoscersi. Io non sono mai stato un tipo troppo sveglio che da adolescente avevo altri pensieri per la testa piuttosto che guardare i miei amici con sguardo malizioso e insomma, di amici maschi ne ho avuti molti, ma non mi è mai capitato di credere di essermi innamorato di uno di loro o di arrivare a chiedermi se anche loro poteva essere come me. Fino ai vent'anni, sono uscito con ragazze senza farmi troppe domande. Bhé, oddio, qualche domanda me la sono fatta e c'è stata anche una volta in cui ho fantasticato su un amico, ma niente infatuazioni alla Giulietta e Romeo, semplicemente io e lui ubriachi come alpini in una frizzante sera d'estate e avevamo portato un materasso sul tetto della sua casa al mare per stare più comodi e guardare le stelle cadenti senza avere la schiena spezzata dalle tegole e i nostri corpi vicini e noi che ridiamo e ci confidiamo cose mai raccontate e si, forse in quell'occasione ho pensato che sarebbe stato bello baciarlo e stare in silenzio mano nella mano come Meredith e Derek e sarebbe stato tutto perfettamente romantico, se lui non avesse cominciato a vomitare peggio di Linda Blair. Ma forse in quell'occasione, quel vomito mi salvò da un possibile fraintendimento.

Il mio secondo incontro fu decisamente più fortunato. Sto seguendo una lezione di statica all'università e c'è questo tipo carino seduto davanti a me che continua a girarsi con delle scuse veramente banali e insomma, ve la faccio corta, ci scambiamo i numeri di telefono e mi ritrovo sotto il suo portone con lui che mi invita a salire. Io che sono di brava famiglia, ovviamente declino l'invito, ma quando mi chiede di salire per la seconda volta, neanche gli faccio finire la frase che già sono in ascensore. Mi fa vedere la casa e poi iniziamo a parlare seduti sul letto e poi la sua testa si poggia su di me e io con una gran voglia di baciarlo e ci credereste se vi dicessi che nonostante tutto, nonostante l'invito a salire, nonostante le chiacchiere sdraiati l'uno sull'altro, nonostante l'intesa e le frasi ammiccanti, ancora ero lì con il terrore di aver frainteso tutto?! Certo, a raccontarlo faccio veramente la figura del nerd che mi mancano solo gli occhiali uniti dallo scotch, però era il mio primo bacio maschio e il cuore mi batteva come un tamburo e la paura che lui non fosse come me era il mio unico pensiero. I miei amici, potevano provarci senza problemi con le ragazze che gli piacevano, potevano mostrarlo e senza problemi beccarsi un eventuale rifiuto. Io invece non avevo un'altra possibilità, quella era l'unica che mi era concessa perché se lui non fosse stato come me, probabilmente avrei mandato tutto a puttane e si, forse mi stavo facendo troppi problemi che la situazione era talmente palese che ci mancava solo mettesse un porno nel dvd, ma abbassare la guardia e mostrare i propri sentimenti non è mai facile, ancora di più se oltre ai sentimenti, si mette in gioco anche la propria persona. È vero, riconoscere i propri simili è un vero casino, soprattutto se come me, non si ha una natura maliziosa. Eppure pian piano si impara e con l'esperienza si iniziano a notare quelle sfumature invisibili alle altre persone, una lieve inflessione nella voce, il modo di portare la sigaretta alla bocca o un dettaglio nell'abbigliamento, ma per quanti segnali ci possano essere, il più delle volte è lo sguardo a svelare un individuo. Quello sguardo che dura una frazione di secondo di troppo e fa si che due persone si trovino e si riconoscano
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sabato, 19 settembre 2009

Medie

La scuola media è probabilmente uno dei momenti più importanti dell'intera vita, e anche se ancora si è dei bambini, la sensazione è quella di sentirsi già grandi e responsabili e proprio per questo spesso si commettono le prime grandi cazzate che poi si ripeteranno alle superiori, ma con più consapevolezza. Io la mia prima sega l'ho fatta alle medie e sto parlando ovviamente del saltare la scuola e non di toccarsi nelle parti intime e quel giorno avevamo già deciso che ci saremmo incontrati davanti il cancello di scuola e saremmo andati tutti insieme a prendere un gelato anziché andare a lezione, cosa che adesso fa un po' sorridere, ma per l'epoca era pura follia trasgressiva. Eravamo tutti daccordo, se non fosse che poi una volta arrivati tutti davanti all'ingresso, alcuni si fecero prendere dalle remore e decisero di fare retromarcia infrangendo il patto e entrando in classe con la coda tra le gambe e i nostri insulti dietro le spalle. Io fui uno di quelli che andò a prendere il gelato "bigiando" la scuola. Ovviamente la preside vedendo un'assenza di gruppo telefonò a tutti i genitori e i miei mi strillarono talmente tanto che quella fu la mia prima e unica assenza scolastica non autorizzata.

I 10 ricordi più vividi delle scuole medie:

  1. Le partite di pallavolo nella palestra con il linoleum marrone sul pavimento e la professoressa di educazione fisica di cinquant'anni agile come un ramo secco che si chiuse il dito mignolo nella porta spappolandoselo tanto che glie lo dovettero amputare e da quel giorno fu un continuo di risatine soffocate ogni qual volta si metteva in posizione per farci vedere il palleggio, mostrando quella mano ormai monca.
  2. I libri già sottolineati da mio fratello di un anno più grande che aveva la classe al piano di sotto.
  3. Gli amici che per tre anni sono stati i più importanti della mia vita e soprattutto Paolo che mi faceva giocare con il suo Game Boy a Tetris e Super Mario Land, durante le ore di religione, ma anche quelle di matematica e geografia e se adesso non distinguo Bergamo da Brindisi, ci sarà pure un motivo.
  4. Le prese in giro a quella poveraccia che già non era tanto carina (e quando dico non tanto carina intendo veramente orrenda come un Picasso) e per di più aveva anche quel cognome ridicolo e vorrei veramente chiederle scusa se le abbiamo reso tre anni di scuola un vero inferno che se adesso va dallo psichiatra è colpa anche mia.
  5. Il flauto e il saggio di fine anno dove puntualmente facevo finta di suonare muovendo solo le dita.
  6. Il tragitto a piedi scuola/casa insieme agli altri compagni e il tempo perso a parlare sotto il portone prima di salutarsi.
  7. I compiti scritti male sul diario e le ore passate al telefono con la scusa di farsi ridire le pagine da studiare.
  8. Il primo bacio e quella strana sensazione nello stomaco mista di paura e eccitazione.
  9. I pomeriggi passati a studiare a casa di Flavia dove impiegavamo mezz'ora per fare i compiti e tre ore per finire i quadri di Super Mario Bros.
  10. La professoressa di italiano di settant'anni che quando parlava sembrava una pagina de I Promessi Sposi, ma ora che ci penso, si vestiva anche come un personaggio dei Promessi Sposi.
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martedì, 15 settembre 2009

Elementari

Il mio primo giorno di scuola, non so neanche io come riuscii a trattenere le lacrime che mia madre mi accompagnò fin sulla porta della classe e io non volevo separarmi da lei e tutti in quella classe erano visi sconosciuti e allora le chiesi di darmi un ultimo saluto dalla finestra prima di andare via e così la vidi nel cortile mandarmi un bacio e poi sparire dietro gli alberi. Da quel giorno, si susseguirono cinque anni segnati dai ritardi di mia madre e io che l'aspettavo con la cartella sulle spalle davanti la porta di casa e le urlavo che era tardi e lei che sfrecciava da una stanza all'altra a tutta velocità alla ricerca di non so cosa. Ma anche le mattine durante le quali mi scaricava davanti al cancello della scuola con un'ora di anticipo e nelle mattine piovose d'autunno, avevo il risvolto dei pantaloni bagnati mentre provavo a ripararmi sotto un piccolo ombrello aspettando che le suore venissero ad aprire il portone.

I 10 ricordi più vividi delle elementari:

  1. Il grembiule nero (o grembiale come lo chiamavano le suore) e con l'abbottonatura sulla schiene tipo camicia di forza che allacciarlo da solo era praticamente impossibile.
  2. La ricreazione maschi e femmine divisi con i maschi al giardino di sotto e le femmine a quello di sopra e io che chiedo il permesso per andare al giardino di sopra perché i maschi non mi vogliono far giocare a calcio con loro dato che non sono capace.
  3. La suora che vendeva le crostatine durante la ricreazione che si chiamava Suor Costantina ma che tutti avevano ribattezzato Sur Crostatina.
  4. Takis, il professore di educazione fisica greco che tutte le volte ci faceva inserire nel saggio di fine anno il sirtaki.
  5. Il sapore della pasta della mensa che è sempre stato lo stesso per cinque lunghi anni nonostante il condimento cambiasse ogni giorno.
  6. La cartina del mondo attaccata alla parete e ingiallita dal tempo.
  7. Anna Maria L. che a me piaceva tanto, ma mio fratello diceva che somigliava a una formica.
  8. Le feste di carnevale con le stelle filanti che ricoprivano il pavimento della classe e si mischiavano alla polvere e poi venivano prese e tirate in aria in un tripudio di colori e zozzeria.
  9. Le recite di Natale con il messaggio pacifista.
  10. La tuta gialla e blu con lo stemma della scuola sul petto e i buchi sulle ginocchia
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martedì, 04 agosto 2009

La Regola del Primo della Classe

Quando sei stato per anni il primo della classe, puoi permetterti qualche vaccata sicuro del fatto che la gente chiuderà un occhio. E così, quando in quella lontana notte parigina, la professoressa mi colse alle tre di notte a vagare per i corridoi dell'albergo nonostante il ferreo coprifuoco e le innumerevoli raccomandazioni, si limitò a guardarmi in modo severo scuotendo la testa e dicendo che da me non se lo sarebbe mai aspettato. Andai a dormire mortificato, aspettando una punizione che invece non arrivo né l'indomani mattina, né mai. Che poi la cosa fu anche piuttosto imbarazzante, perché io ero uscito dalla mia stanza senza permesso e ero per giunta sceso al piano sottostante che era quello delle femmine e probabilmente avevamo un po' esagerato con le risate e le chiacchiere e proprio nell'istante in cui chiudevo la porta della stanza della mia amica, per tornare nella mia camera, la professoresse di storia dell'arte da sempre una figa colossale infilata in abiti firmati e considerata da tutti la più gnocca della scuola, aveva aperto la porta della sua stanza con i bigodini in testa e una vestaglia di panno che neanche la sora Rosaria della salsamenteria giù in fondo alla strada. Io il primo della classe in giro a fare bagordi e lei da sempre impeccabile, conciata come una delle sorelle di Marge Simpson. Quando si è sempre stati intoccabili come un dio, mettere un piede in fallo può essere considerato un gesto di umanità. E così, quando il giorno dopo la vidi fare colazione nel ristorante dell'albergo tutta fasciata in un tubino nero probabilmente Chanel, lei mi guardò annuendo e io capii che entrambi ci eravamo perdonati il nostro piccolo incidente di percorso e così non raccontai a nessuno di quella piccola défaillance notturna. Ok, questo non è del tutto vero, perché ad essere sincero lo dissi a tutta la classe di averla vista con i bigodini e la vestaglia di flanella, ma aggiunsi anche che era un segreto e quindi di non dirlo ad anima viva, il che mi scagiona perché è un po' come non averlo detto a nessuno. Ecco. Io nuovamente con i miei libri sottomano, lei nuovamente la porfessoressa più sexy del pianeta. Quando sei stato per anni il primo della classe puoi anche macchiarti di qualche peccato veniale e nessuno ne terrà conto. Ma il povero Christian Navarra della quarta B, di peccati veniali alle spalle ne aveva decisamente troppi, con l'aggravante che in italiano non aveva mai superato il quattro e così, quando quella stessa notte fu beccato mentre vagava per i coridoi dell'albergo, proprio dal professore di italiano, il risultato fu che disse addio ai bagordi notturni, costretto a dormire per il resto della vacanza in stanza con lui.

E così quella gran paracula di Madonna decide di far uscire l'ennesima raccolta di successi ormai triti e ritriti e ci piazza dentro anche un paio di nuovi singoli così, tanto per essere sicura che la gente se lo vada a comprare. Uno dei singoli di traino è questa Celebration che ormai si inizia a sentire talmente tanto che il ritornello lo fischietta anche il pappagallo del negozio di animali in fondo alla piazza. Secondo me è solo una minestra riscaldata e poteva essere benissimo uno dei brani scartati di Confession On A Dancefloor. Se non ci credete provate a cantare la sua strofa sulla base di Get Togheter e non vi accorgerete di nessuna differenza. Il problema però, è che Madonna è ormai talmente intoccabile che qualunque vaccata tiri fuori, viene accolta come fosse il capolavoro della stagione che in confronto la Nona Di Beethoven è una filastrocca da fischiettare sotto la doccia. Questa Celebration ha il ritmo che fa tanto discoteca della Riviera e anche se magari non entrerà nei cuori della gente, sicuramente entrerà nelle loro chiappe che non muovere il culo con questo ritmo è veramente difficile, tanto che se non mi avessero detto che era di Madonna, sinceramente l'avrei pure scambiata per uno dei tanti brani estivi alla Gigi D'Agostino che ogni anno affollano le Hit Mania Compliation. Che poi, se proprio vogliamo essere pignoli, il pezzo dance dell'estate già l'aveva tirato fuori l'eterna seconda Kelly Rowland con la sua When Love Takes Over che sinceramente spacca veramente un casino (tanto per utilizzare un linguaggio giovane), ma non c'è nulla da fare, Kelly non è Madonna e presto più nessuno ricorderà la sua collaborazione vincente con David Guetta, mentre invece l'ennesima canzone inutile dell'ormai cinquantenne dedita alla Cabala, farà presto piazza pulita in ogni negozio di musica. È la legge del primo della classe, la legge del "...io sono Madonna e tu non sei un cazzo". E da che mondo è mondo, i finocchi ci son sempre caduti con tutte le scarpe.

 

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giovedì, 30 luglio 2009

La Gara

Mondiali di nuoto. Atleti che si sfidano per stabilire chi sia il migliore. Adrenalina. Sudore. Mi torna in mente di quando ero anche io un giovane atleta che si allenava duramente illuminato dalla luce al neon di una palestra tipo Tana Delle Tigri. Solo che io non facevo wrestling con il volto coperto da una maschera, ma bensì ginnastica artistica in un body elasticizzato e evitate le solite battute che in trent'anni ne ho sentite veramente ormai di ogni tipo e non sareste neanche originali e ve lo dico subito, niente clavette e niente nastro, quelle erano cose da femmina, io sputavo sangue saltando sulla cavallina, volteggiando sulla sbarra e facendo capriole al corpo libero proprio come Yuri Chechi. E comunque lo ammetto, si, a otto anni mi ero costruito uno nastro rudimentale con una matita e quel rotolo bianco e rosso che serve per delimitare le zone per la strada, ma questo non c'entra assolutamente nulla con i miei gusti sessuali ma è solo colpa di quella ragazzina dai capelli arancioni che voleva diventare campionessa nazionale di ginnastica ritmica ecco. Hilary mi sa che ne ha fatti veramente tanti di danni. Comunque l'idea della ginnastica artistica fu di mio padre che un giorno mi prese e mi porto in quella palestra che odorava di muffa e dove imparai a fare la ruota e il vero valore dell'agonismo e della competizione. Oddio, in verità io con gli sport non è che sia stato mai particolarmente portato nonostante un fisico atletico e predisposto e quando mio padre capì che quelli erano tutti soldi buttati, iniziò a farmi notare che se il mio fisico lo avesse avuto mio fratello, sarebbe di sicuro riuscito ad arrivare a giocare in serie A. E invece lui era palliduccio e gracilino. Ma lo salvava la sua grande voglia di rivalsa e agonismo. Qualunque cosa, la buttava in competizione. “Facciamo a gara a chi arriva prima a casa? Giochiamo a chi finisce prima i compiti?” e così via per qualunque cosa e addirittura mi ricordo di un giorno in cui eravamo a pranzo, durante il quale mi chiese di fare a gara a chi chiedeva per primo l'acqua a mamma. Se non è follia questa. Lui sempre più competitivo e io sempre più pigro. Avesse avuto lui il mio fisico a quest'ora sarebbe stato in nazionale al posto di Del Piero. È che io son sempre stato un tipo riflessivo e non ho mai capito il senso di allenarsi duramente per un anno intero, per poi affrontare una gara che dura solamente una manciata di secondi. Soprattutto perché ero sicuro che non avrei mai vinto e allora non capivo il perché dovevo partecipare per forza, quando sarei potuto stare tranquillamente sugli spalti a godermi lo spettacolo che dalla pista non si aveva mai la giusta visuale per vedere le esibizioni degli altri atleti e poi c'era quel fatto della competizione che mi faceva sempre venire un groviglio allo stomaco e mi passava la fame e le mani diventavano due pezzi di ghiaccio e una delle mie ansie più grandi era essere chiamato mentre ero in bagno a fare pipì e così me la trattenevo fin quando la gara non fosse finita. A otto anni ero troppo piccolo, anche se ci sono delle atlete russe che a quell'età,  hanno già vinto cinque medaglie d'oro e hanno all'attivo due partecipazioni alle Olimpiadi, ma io non avevo la testa per capire che l'ansia da gara è una delle sensazioni più belle che si possa provare e forse certe cose cominciano a mancare solo quando ormai non si sentono più. Oddio, io son sempre stato il tipo che gli prendeva l'ansia anche quando doveva andare a leggere in chiesa il salmo responsoriale e sebbene non sia mai stato un tipo troppo competitivo, sebbene non sia mai stato mio fratello che lui avesse avuto il fisico mio a quest'ora sarebbe stato a farsi il bagno su uno yocht al posto di Beckham con la Posh Sipice al fianco fasciata da un tubino nero e dei grandi occhiali di tartaruga, sebbene non abbia mai vinto nessun premio degno di nota che non fosse la fascia di mister villaggio turistico 1990 e sebbene abbia sempre detestato le gare e le aspettative dei genitori che ti vengono a guardare e a fare il tifo qualunque stronzata tu faccia; l'ansia da gara è una sensazione inarrivabile. La consapevolezza che solo battendosi con i migliori, si rischia di diventare veramente il migliore.

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venerdì, 19 giugno 2009

Il Figlio di Mezzo

C’è questa mamma con la carrozzina che si è fermata di traverso sul marciapiede che la gente non riesce più a passare e mi domando come cavolo ti viene in mente di fermarti in quel modo se vai in giro con un rimorchio di quelle dimensioni che quella più che una carrozzina, pare una roulotte. Ogni persona che passa fa un complimento a quel fagottino indifeso e la mamma si mette a parlare con tutti quanti e in meno di dieci minuti conosco vita morte e miracoli del piccolo Tommaso e poi arriva questa signora con il figlio per mano che fa i soliti complimenti di rito al neonato e poi rivolgendosi al figlio dice "...tu ormai sei grande, hai sette anni, guarda che bellino che è questo bambino, non vorresti un fratellino così piccolo?" e in quel momento vorrei alzarmi e andare da quella mamma per darle un ceffone. No che non lo vuole un fratello più piccolo che gli ruberò tutte le attenzioni e giocherà con i suoi giocattoli rompendoli senza cura, no che non vuole essere messo in secondo piano, ma sono domande da fare dico io? Se mia madre mi avesse chiesto se volevo un altro fratellino, le avrei detto di cucirsi quel buco tra le gambe che io uno già ce lo avevo e non mi serviva proprio di stravolgere tutta la mia vita, per un ultimo arrivato. Ecco cosa le avrei risposto e invece a me non ha chiesto nulla e nel giro di pochi mesi è arrivato il guastafeste. Io, che per sette anni ero stato il più spupazzato, improvvisamente venivo messo da parte per un bambino con troppi capelli per essere così nuovo. E non datemi del geloso che se proprio vogliamo dirla tutta, è stato mio fratello grande che quando sono nato io si è fatto venire gli attacchi di asma pur di attirare l'attenzione che poi lo posso anche capire che per due anni sei il centro del mondo e poi arriva un altro a romperti le uova nel paniere, è uno shock. Però lui era il primo e quindi per primo avrebbe fatto tutte le esperienze attirando a se le attenzioni. Il primo dentino caduto, i primi passi da solo, il primo giorno di scuola, la prima fidanzatina e io potevo fare anche un salto mortale carpiato, ma se lo aveva già fatto lui, non avrebbe mai avuto lo stesso effetto. Essere il secondo però aveva anche i suoi vantaggi dato che ancora potevo godere di un certo prestigio agli occhi dei parenti che telefonavano per sapere come stava il piccolo di casa, ma quando mia madre rimase incinta, vidi la mia coroncina di lapislazzuli da reginetta della culla, passare dal mio capo a quello del mio nuovo fratello indesiderato. Il fratello grande rimase quello delle prime volte e il piccolo divenne presto il nuovo catalizzatore di attenzioni perché in definitiva i cuccioli fanno sempre tenerezza. Quando nacque, io avevo sette anni e la mia fase della tenerezza era passata da un bel pezzo. Avrei voluto spingere la carrozzina giù per una rampa di scale, come in quella scena de La Corazzata Potëmkin, ma sapete che vi dico, che allo stesso tempo mi scattò una sorta di istinto materno che mi portava ad essere apprensivo con quel ruba attenzioni e se mia madre era ormai arrivata al terzo figlio e era stufa di ripetere sempre le stesse cose e non aveva più quell'ansia e apprensione del neo-genitore c'ero io che invece ero in un continuo stato di panico e così, nonostante lo odiassi, la notte non dormivo con il terrore che quel batuffolo di carne, soffocasse nel sonno e vi assicuro che non è facile organizzare un piano per sbarazzarsi di un fratello, quando hai anche l'ansia che si faccia del male da solo. Così, negli anni che dovevano essere i più spensierati della mia vita, mi ritrovavo a crescere un fratello in un mondo fatto di spigoli acuminati e pericoli impervi e continuavo a vivevo all'ombra di un fratello maggiore che continuava a stupire con le sue prime volte e io cercavo di non ripercorrere neanche una delle sua scelta per attirare almeno un minimo di attenzione su di me e se lui giocava a calcio e sceglievo la pallavolo, se lui era amico dei ripetenti, io mi sedevo al banco con i secchioni e se lui usciva con la ragazza, io con il ragazzo. Vabbè, questo in verità è successo molto tempo dopo...
Ormai sono cresciuto e questi vecchi rancori fanciullesci sono passati, anche se non perdonerò mai mio fratello piccolo per avermi sotterrato e perso i miei pupazzi quelli che avevano l'insetto gigante come alleato oddio, come si chiamavano? Io ne avevo tre, di cui il capo era quello con la mosca gigante che ci si metteva la mano dentro come fosse un guanto e poi altri due con degli insetti strani tipo scorpioni e ditemi come minchia si chiamavano che è da oggi che ci sto pensando e non mi viene in mente. Adesso ho trent'anni e mio fratello piccolo è decisamente adorabile, anche se è cresciuto prendendo il peggio da me e il peggio da mio fratello e anche se ancora non capisco il perché quando è nato, i miei genitori non lo hanno piazzato in un collegio Svizzero fino ai diciotto anni. La mia infanzia ne avrebbe beneficiato non poco e magari lui avrebbe imparato bene una lingua straniera, che si può volere di più?!

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lunedì, 08 giugno 2009

Immobile

Ho diciassette anni e la farmacista mi sta guardando da dietro i suoi spessi occhiali mentre poso sul bancone una confezione di preservativi. Ho preso i primi che mi son capitati che non volevo stare troppo tempo lì davanti a scegliere come avrei potuto fare con un flacone di shampoo che allora mi sarei messo a leggere tutte le proprietà, per capelli fini, secchi, con forfora, alle proteine della seta e via discorrendo, no ho preso i primi che ho trovato cercando di avere un'aria sicura di quello che i preservativi li compra sempre sperando che non abbiano capito che invece è la mia prima volta e la farmacista davanti mi sta fissando con i suoi occhi a raggi x e sento che mi sta leggendo dentro e probabilmente sta immaginando la scena di quando aprirò goffamente quella confezione e la vecchietta alle mie spalle quando mi vede tirare fuori quella scatola, ho l'impressione faccia un passo indietro guardandomi in malo modo come si potrebbe guardare un ragazzo che ha smarrito la retta via e la farmacista mi domanda con la sua voce da megafono, se oltre ai preservativi mi occorre qualche altra cosa e mentre pronuncia quella frase, la mamma con la carrozzina che sta scegliendo un nuovo ciuccio per suo figlio si gira a fissarmi e la farmacista ha urlato talmente tanto che credo l'abbiano sentita anche a Latina che Dio la fulmini e se per caso qualcuno non se ne fosse accorto, ora tutti sanno che ho comprato dei preservativi e il cuore inizia a battere forte e improvvisamente mi sento avvampare, come se avessi fatto una cosa proibita e mentre la farmacista mi incarta quella confezione come un pacco regalo i suoi movimenti sono lenti e tutti continuano a fissarmi o almeno mi sembra lo stiano facendo e lei è talmente lenta e meticolosa che mi aspetto tiri fuori da un momento all'altro anche il nastrino dorato per concludere il suo pacchetto opera d'arte e sento salire dentro di me l'ansia e l'emozione allo stesso tempo perché ho l'impressione di aver rivelato ad alta voce uno dei miei segreti più intimi e sono sicuro che tutti si staranno chiedendo dove e con chi aprirò quella scatola e quando la farmacista mi consegna il pacchetto, pago e esco con passo svelto senza alzare la testa per non incrociare lo sguardo della gente che ormai sa che farò sesso e da un certo punto di vista, è come se lo avessi appena fatto lì davanti a loro. 
Sono passati tredici anni e mi ritrovo ancora una volta lì, davanti alla cassa a provare quelle stesse emozioni e lo stesso nodo allo stomaco e la sensazione che tutti mi stiano guardando e leggendo dentro e cerco di essere disinvolto, ma le mani mi sudano mentre consegno alla cassa... il cd di Alessandra Amoroso. Pago e mi affretto a farlo sparire all'interno della busta, ma ormai la gente ha visto il mio segreto e si starà immaginando che canto Immobile davanti allo specchio usando una spazzola come microfono. (Ovviamente quest'immagine di me che canto con la spazzola, è frutto di pura fantasia... io non ho una spazzola!).

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giovedì, 07 maggio 2009

Ciribiribì Kodak!

Stavo notando, che a New York ho fatto quasi settecento foto. Se ci aggiungiamo quelle fatte dalla mia amica e dal mio fidanzato, arriviamo a quota 1385. Temo proprio che i miei amici preferiranno infilarsi degli spilli negli occhi piuttosto che essere invitati a casa per vedere le foto del viaggio. Però in fin dei conti non è mica colpa mia, sono queste macchinette digitali moderne che invogliano a fare un miliardo di foto che ogni volta dico che quando arrivo a casa quelle brutte le butto e tengo solamente le più significative e quindi sto lì a fotografare qualunque cosa mi passi davanti neanche fossi un autovelox e poi però quando torno a casa non ho mai il cuore di buttare nulla e ecco che adesso mi ritrovo con un miliardo di foto che nessuno vorrà mai vedere. Tempi belli una volta, quando c'erano solo i rullini da 12, 24 e 36 pose. Oddio che ho detto! Rullino?! No dico, ma vi ricordate quando le macchine fotografiche funzionavano con il rullino? (e la cosa più triste è che qualcuno di voi si starà anche chiedendo “il cosa?”). Rul-li-no. Mio dio, mi sembra di essere nato un milione di anni fa, quando si cambiava canale alla televisione girando una manopola e alla radio trasmettevano gli sceneggiati a puntate. Eppure non sto parlando del pleistocene, i rullini si usavano fino a qualche anno fa e si, lo so che qualche spocchioso della fotografia starà pensando che la pellicola di una volta non è andata in pensione, ma che anzi le vere foto sono solo quelle che si sviluppano come si faceva una volta, ma adesso toglietevi la scopa dal culo e accettate il fatto che le macchinette digitali le vendono anche al discount e che hanno semplificato il modo di fare fotografia a noi comuni mortali che non ci chiamiamo Helmut Newton. Ricordo la mia prima macchina fotografica, me la regalarono per la comunione e era una super compatta della Kodak, grande più o meno come un comodino. Aveva questo sportellino sul retro dentro il quale si doveva inserire il vecchio rullino e bisognava stare attenti che i dentini facessero bene prese nei fori della pellicola, perché non sto neanche a dirvi quante volte ero tornato a casa credendo di aver fatto un milione di foto, ma il rullo non aveva girato e non vi dico neanche quante altre volte aprivo lo sportellino per cambiare la pellicola, facendo prendere luce al rullino e mandando a cagare tutte le foto. Del mio viaggio a Firenze con la classe, conservo solo tre foto completamente bruciate dal sole. Ma che ne sanno i ragazzi di oggi di quello che abbiamo dovuto patire noi vecchie leve degli anni ottanta?! Sante macchinette digitali, dovrebbero darci un sussidio mensile a noi poveri ragazzi che abbiamo trascorso questi anni difficili, come ai reduci della guerra in Vietnam!

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venerdì, 27 marzo 2009

Baciamano

Ultimamente mi è preso a fare l'occhietto. È una cosa che detesto. Ma non posso farci nulla. Son lì che saluto qualcuno e allora gli faccio un cenno con la mano e ecco che parte in automatico anche l'occhietto. Mi odio. Mi metterei un pezzo di scotch sulla palpebra mi… mi… fermerei gli occhi come ad Arancia Meccanica, mi darei uno schiaffo da solo! Eppure non riesco a controllarlo. Come quei tic di quelli che mentre ti parlano continuano a sbattere gli occhi o quelli che la testa gli fa uno scatto secco. Come quella di Ally McBeal insomma, ma meno evidente. Io faccio l'occhietto quando saluto. Alzo un po' il mento, accenno un sorriso di convenienza e parte la strizzatina d'occhio. Che poi è sempre l'occhio sinistro, perché con il destro non sono capace, cioè, lo so fare, ma mi ci devo concentrare come stessi risolvendo un equazione di secondo grado, altrimenti mi viene una roba goffa che pare mi sia entrata una mosca nel bulbo oculare. Invece con il sinistro è un attimo, un movimento quasi impercettibile come il battito di ali di un colibrì, ma meno poetico. Si, perché chi è che strizza l'occhio al giorno d'oggi? Quelli che mentre stai parlando con una terza persona ti devono far capire di reggergli il gioco perché hanno raccontato una marea di cazzate e poi i bulli che ordinano una birra al bancone del bar con uno stuzzicadenti infilato al lato della bocca e vedono passare una bella ragazza in minigonna e allora fanno un fischio per attirare l'attenzione e quando la tipa si gira, si toccano il cavallo dei pantaloni e strizzano l'occhio lasciando intendere frasi del tipo "Ho pronta una grossa pagnotta da mettere in forno" e io vi giuro che non vorrei mai dare quest'impressione che piuttosto mi metterei una benda nera alla capitan uncino pur di non fare l'occhietto. Ma mi parte in automatico. Che posso farci? E immagino la gente che mi vede salutare in quel modo cosa penserà, che voglio fare il fico tipo Fonzie che entra nel locale e da un pugno al jukebox per farlo partire? Sono forse diventato un tipo da occhietto nel corso degli anni? Mio dio, e pensare che da bambino facevo le prove per fare il baciamano. Vedevo tutti quei film con la Principessa Sissi e li imitavo davanti allo specchio cercando di fermarmi alla giusta distanza per non andare a toccare la mano con le labbra e sbavarla di saliva e nello stesso tempo, non rimanere troppo distante che non era bello che poi poteva sembrare un gesto di scortesia non accostarsi in modo adeguato. Mi allenavo a fare il baciamano nel caso mi fosse servito che ne so, di andare a trovare la regina Elisabetta o non so chi altro che certe cose non te le insegnano mica a scuola e se uno non le impara da solo poi arriva il momento che ti ritrovi a cena con Juan Carlos e che fai, non fai il baciamano alla sua consorte? È evidente che avevo grandi progetti da bambino. Ora ho trent'anni, mi son fatto crescere la barba e saluto strizzando l'occhio. Mi domando di questo passo dove andremo a finire…

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giovedì, 12 marzo 2009

I Regali Della Comunione (e il Post che non ha molto senso)

Le elementari le ho trascorse in un istituto di suore. Però non immaginatevi una cosa del tipo Candy Candy con la Casa di Pony e Suor Maria, perché io i genitori ce li avevo, anche se avevano scelto la scuola delle monache per parcheggiarmi dalla mattina alla sera mentre loro sbrigavano le loro cose da genitori in carriera.

Ovviamente nella scuola delle suore, si diceva la preghiera la mattina prima di cominciare le lezioni e poi si ridiceva all'ora di pranzo prima di iniziare a mangiare e poi si ridiceva poco prima che suonasse la campanella. Raggiunta la quarta elementare, tutta la classe iniziò a frequentare il corso di preparazione alla comunione e così la mattina seguivamo le normali materie scolastiche, mentre il pomeriggio facevamo religione per prepararci ad incontrare per la prima volta Gesù. In verità, a noi bambini di Gesù non fregava veramente un cazzo che se ci avessero iscritto in una scuola di musulmani o in una scuola di induisti, ci sarebbe andato bene lo stesso e anzi, forse a fare sacrifici umani ci saremmo divertiti anche di più che io un paio di ragazzini li avrei volentieri presi e rinchiusi in una gabbia e poi gli avrei strappato il cuore con le mie stesse mani inneggiando Kali Ma e li avrei calati in un pozzo profondo fino al centro della terra dove sarebbero bruciati vivi tra le grida e le risate degli spettatori e mi rendo conto di aver visto un po' troppe volte Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Decisamente.

La preparazione alla comunione era quanto di più noioso potesse esserci e devo ringraziare Don Pompei se adesso conosco tutti i sacramenti e tutti i comandamenti a memoria neanche Mosè mi avesse portato sul Sinai insieme a lui e impresso le tavole della legge nella schiena e tutti ci parlavano di questo giorno della comunione come il giorno più felice della nostra vita, ma mi rendo conto che questi "tutti" erano in verità le suore dell'istituto che con Dio ci si erano addirittura sposate.

Il giorno della comunione, mangiai il corpo di Cristo e dopo continuai a mangiare, ma questa volta insalata di mare e risotto agli scampi in un ristornate vicino il Lago di Bracciano e  c'erano gli zii delle grandi occasioni, quelli che vedevamo solamente ai matrimoni e ai funerali e mio fratello aveva addirittura messo la cravatta per l'occasione e erano tutti talmente felici che non potevo assolutamente alzare il calice, battere il coltello sul bicchiere e annunciare a che io, in verità, mi sentivo tale e quale a prima. Il fatto, è che sul tavolo c'erano talmente tanti regali, che pur di aprirli avrei detto qualunque cosa. Volevano sentirsi dire che mi sentivo più puro? bhè, allora ero pronto a farlo, ma in verità, pur di ricevere un paio di fiammanti pattini da ghiaccio, avrei detto anche che le missioni in l'Uganda era sempre stato il mio vero sogno e se non fosse bastato mi sarei infilzato la forchetta nelle mani e avrei gridato al miracolo mostrando i segni delle stigmate. Che poi mica è colpa mia se a dieci anni il mio sogno era quello di pattinare come a Holiday On Ice.

L'unico piccolo problema, fu che in nessuno di quei pacchetti trovai dei pattini da ghiaccio e alla fine del pranzo avevo collezionato tre braccialetti d'oro perfettamente identici tra loro, due medagliette con l'immagine della Madonna che schiacci il serpente e una catenina con un crocifisso grande più o meno quanto quello sul quale Madonna si è fatta impalare per cantare Live To Tell. Ovviamente mia madre mi aveva costretto a ringraziare tutti i parenti con un affettuoso abbraccio, anche se io li avrei volentieri presi a sberle e tutte quelle ferraglie che mi avevano regalato le avrei portate in uno di quei negozi con la scritta "compro oro" sulla vetrina e ce ne era uno proprio vicino casa mia che aveva l'insegna gialla luminosa che diceva Re Mida e sebbene non fosse un nome particolarmente fantasioso per un'orefice, un po' di liquidità, sarebbe stata sicuramente più utili di una medaglietta della Beata Vergine e un braccialetto taglia neonato.

I pattini da ghiaccio alla fine non li ho più ricevuti e forse è stato anche meglio così che la mia era solo una smania di bambino che aveva letto un libro che parlava dell'Olanda, di una gara e di un paio di pattini d'argento come premio. Anche se sicuramente li avrei indossati più volte di quei braccialetti che sono sempre rimasti nelle loro scatolette di velluto blu e non so se da questo racconto si possa ricavare una morale e forse è che la religione è un mistero troppo grande per essere decisa dai propri genitori o forse più semplicemente che non è tutto oro quel che luccica. Quello che so però, è che certe volte basta una frase o rivedere un posto, per risvegliare ricordi sopiti che credevamo persi.

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venerdì, 27 febbraio 2009

L'Incantevole Creamy

Certe cose si capiscono solamente da grande, quando ci si guarda indietro e si scopre che quello era l'unico percorso possibile.
Mio fratello ha sempre fatto l'album dei calciatori. Da che ha cominciato a funzionarmi la memoria, lo ricordo con i pacchetti di figurine in mano eccitato per aver trovato il giocatore mancate. Sai che divertimento. A me quei mezzo busti son sempre sembrate tutte uguali. Stesse magliette, stesse espressioni vuote. L'unica squadra che sapevo riconoscere era il Palermo, ma del resto come non ricordare una squadra con la divisa rosa? Tornavamo da scuola e mia nonna gli faceva trovare sempre nuovi pacchetti di figurine poggiati sopra l'album e allora ci sdraiavamo in terra e io ero l'addetto ad aprire le bustine e lui ad attaccare le immagini, compito che a me era proibito un po' come attraversare la strada da solo o ingerire il sapone. Facevamo il gioco che io coprivo la scritta e lui doveva dirmi il nome del giocatore e, capisco che probabilmente non doveva essere così difficile dato che io avrei saputo riconoscere le boccette di profumo di mia madre solamente annusandone la fragranza che neanche un setter irlandese, ma riconoscere tutti quei visi identici, per me era come decifrare la stele di rosetta e invece lui non ne sbagliava uno. Quando spuntò in edicola
l'album di Creamy capii che finalmente era arrivato anche il mio momento. Finalmente anche io avrei potuto staccare la parte adesiva e incollarla sull'album! Ovviamente Creamy era la mia eroina preferita e sapevo tutta la
sigla del cartone animato a memoria e non perdevo una puntata e neanche vi dico quanto ho pianto nell'episodio in cui viene scoperta durante la trasformazione e la bacchetta magica le cade in terra spezzandosi e impedendole di tornare Yu e ok, solo adesso mi rendo conto che forse fu una reazione un pizzico esagerata, ma per uno che si era costruito una bacchetta magica identica con il cartone e il legno, capite bene quanto potesse essere stata drammatica quella puntata. Ovviamente in classe mia solamente le femmine facevano l'album di Creamy e, benché a quei tempi parole come frocio, invertito, finocchio, gay, culattone, giraculo, ciucciacazzi e roba simile, non fossero così popolari come oggi, anche essere additato come il maschio che fa l'album delle femmine, era altrettanto scocciante. Non che abbia mai dato troppo retta alle prese in giro, e proprio per questo durante la ricreazione continuavo a snobbare le partite di calcio a favore delle più calme gare di tabelline che non so cosa ci trovassero le femmine di tanto divertente dato che poi io la tabellina del sei non l'ho mai saputa, ma almeno non si tornava in classe sudati, sporchi di terra e puzzolenti di sudore.
Era così la vita in terza elementare, una dura giungla nella quale sopravvivere tra figurine, ricreazioni e compiti a casa. E mentre continuavo a scambiare doppioni con le femmine, iniziavo lentamente a capire di essere differente dagli altri. Diverso perché non volevo perdere il mio tempo a correre dietro un pallone da calcio e diverso perché mi sentivo un cretino a saltare una corda dicendo i nomi della frutta. Non so chi sia stato a dire che i gay hanno una marcia in più e in verità conosco troppi finocchi completamente deficienti per crederci. Ma a otto anni, io mi sentivo diverso. Migliore di tutti quanti i miei compagni messi insieme e mai, neanche per un istante avevo creduto alla bufala che fare l'album di Creamy fosse sbagliato.

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martedì, 10 febbraio 2009

Il Lungo Addio

E così, mentre gli anni trascorrevano e io attraversavo nevroticamente la mia pubertà, mia nonna trascorreva sempre più tempo a domandarsi sottovoce per quale motivo il Signore non la richiamasse a se e la trovavo sempre più spesso a cercare cose che non ricordava dove aveva poggiato o a ripetere frasi appena dette o a domandarsi cosa stesse ancora facendo a questo mondo, dato che ormai non riusciva più a fare nulla senza l'aiuto di qualcuno e mentre gli anni passavano e io mi apprestavo a diventare l'ometto che sono, il suo fisico invecchiava e la salute si aggravava. Nell'ultimo periodo della sua vita il peggioramento fu talmente evidente che anche noi familiari più stretti cominciammo a chiederci cosa stesse aspettando il buon Dio. Noi familiari che l'avevamo conosciuta così bene e che avevamo vissuto con lei, riuscivamo ancora a vedere quell'anziana signora che preparava fettuccine fatte in casa con sugo di carne o che accompagnava noi bambini all'asilo o che comprava una strisciolina di pizza bianca e si raccomandava di non dirlo alla mamma. Ma la nonna ormai non era più quella persona che vedevamo nelle foto, costretta al letto era diventata un mucchietto d'ossa coperte da uno strato di pelle di alabastro e sulla schiena iniziavano ad aprirsi le prime piaghe e dei tubicini sparivano tra le pieghe della pelle lo sguardo era fisso nel vuoto e quando andavamo a trovarla, la salutavamo con un bacio come avevamo sempre fatto, ma dall'altra parte non vi era risposta. La guardavamo e dicevamo tutti silenziosamente che quella non era più una vita e che sarebbe stato meglio se fosse morta. E dire che alla nonna abbiamo sempre voluto un bene immenso e nessuno si è mai sognato di soffocarla nel sonno e è vero che anni addietro l'avevo buttata per terra che tornò dal pronto soccorso con il braccio ingessato, ma fu un tragico incidente, figuriamoci se adesso mi metto a spingere le vecchie per le scale. Vederla in quel modo era penoso e non mi reputo un killer per aver sperato che tutto finisse il più rapidamente possibile. Per lei perché era impossibile immaginare cosa stesse provando, per mio padre perché riportava sulla sua pelle il dolore e la malattia della madre…

Dedicato alla famiglia Englaro.

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venerdì, 26 dicembre 2008

Il Regalo di Natale

E eccomi, con il regalo di mia madre tra le mani e si capisce al tatto che si tratta di un libro e vado a strappare via la carta e leggo Gli Architetti Dovrebbero Ammazzarli Da Piccoli! di Matteo Clemente. Rimango perplesso. Sarà un caso che io sono architetto? Perché, insomma, non è proprio il classico libro che ci si aspetta di ricevere da una madre. Sarà ancora per quella storia delle doglie e le smagliature sulla pancia? Perché dopo trent'anni, mi sembra un modo alquanto meschino per vendicarsi. Che so, avrei pensato a Ricette Di Osterie Italiane o magari qualcosa su Tadao Ando e i colori della luce. Un romanzo scadente, un Harmony, qualunque cosa, ma non "ammazzarli da piccoli". Ecco. Ho una madre che è una Franzoni mancata.
- Non è un titolo simpatico? - dice lei - Non so di cosa possa parlare, ma a me sembrava così spiritoso che appena l'ho visto te lo ho preso! - Certo, spiritoso. Talmente spiritoso che quasi soffoco dalle risate. E pensare che io invece le ho prso delle lezuola. Come sono banale. Credo di perdonarla solamente perché vedo al suo interno un segnalibro non trasferibile, ma so già che questa storia dell'ammazzarli da piccoli me la porterò appresso per lungo tempo e probabilmente avrò bisogno dell'aiuto di un esperto per superarla. Mettiamoci anche che all'età di un anno stavo per volare giù da una finestra e ecco che chiudiamo il cerchio. Perché a me hanno sempre raccontato che era estate e il box dove io giocavo paciosamente era stato spostato un po' troppo vicino alla finestra aperta e mia madre era in cucina a preparare il pranzo e nella stanza con me mio fratello maggiore che giocava a far rimbalzare la palla contro il muro che lui da bravo etero è sempre stato un amante del calcio mentre invece la mia prima parola deve essere stata Babi Mia e probabilmente la palla deve essergli rimbalzata dalla mia parte per accorgersi che nel box erano rimasti solo i pupazzi e io non c'ero più. Camminavo gattonando allegro sul davanzale della finestra e ok era solamente un primo piano e non un grattacielo al centro di Manhattan, ma fossi caduto di sotto, mi sarei ugualmente sconocchiato per benino. Io, un angioletto dal cuore d'oro, in bilico tra la vita e la morte. Dovrei scriverci un libro. Dicono che un passante vedendomi, si fosse messo al di sotto della finestra con le braccia aperte per evitare il peggio. Dicono che mio fratello andò a chiamare mia madre che corse spaventata a strapparmi prepotentemente dalla morte. Dicono un sacco di cose su questa storia, ma dopo questo libro, non so se crederci più, o immaginare mia madre a sventolarmi fuori dal davanzale alla Michael Jackson.

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