Il mio primo giorno di scuola, non so neanche io come riuscii a trattenere le lacrime che mia madre mi accompagnò fin sulla porta della classe e io non volevo separarmi da lei e tutti in quella classe erano visi sconosciuti e allora le chiesi di darmi un ultimo saluto dalla finestra prima di andare via e così la vidi nel cortile mandarmi un bacio e poi sparire dietro gli alberi. Da quel giorno, si susseguirono cinque anni segnati dai ritardi di mia madre e io che l'aspettavo con la cartella sulle spalle davanti la porta di casa e le urlavo che era tardi e lei che sfrecciava da una stanza all'altra a tutta velocità alla ricerca di non so cosa. Ma anche le mattine durante le quali mi scaricava davanti al cancello della scuola con un'ora di anticipo e nelle mattine piovose d'autunno, avevo il risvolto dei pantaloni bagnati mentre provavo a ripararmi sotto un piccolo ombrello aspettando che le suore venissero ad aprire il portone.
I 10 ricordi più vividi delle elementari:
Quando sei stato per anni il primo della classe, puoi permetterti qualche vaccata sicuro del fatto che la gente chiuderà un occhio. E così, quando in quella lontana notte parigina, la professoressa mi colse alle tre di notte a vagare per i corridoi dell'albergo nonostante il ferreo coprifuoco e le innumerevoli raccomandazioni, si limitò a guardarmi in modo severo scuotendo la testa e dicendo che da me non se lo sarebbe mai aspettato. Andai a dormire mortificato, aspettando una punizione che invece non arrivo né l'indomani mattina, né mai. Che poi la cosa fu anche piuttosto imbarazzante, perché io ero uscito dalla mia stanza senza permesso e ero per giunta sceso al piano sottostante che era quello delle femmine e probabilmente avevamo un po' esagerato con le risate e le chiacchiere e proprio nell'istante in cui chiudevo la porta della stanza della mia amica, per tornare nella mia camera, la professoresse di storia dell'arte da sempre una figa colossale infilata in abiti firmati e considerata da tutti la più gnocca della scuola, aveva aperto la porta della sua stanza con i bigodini in testa e una vestaglia di panno che neanche la sora Rosaria della salsamenteria giù in fondo alla strada. Io il primo della classe in giro a fare bagordi e lei da sempre impeccabile, conciata come una delle sorelle di Marge Simpson. Quando si è sempre stati intoccabili come un dio, mettere un piede in fallo può essere considerato un gesto di umanità. E così, quando il giorno dopo la vidi fare colazione nel ristorante dell'albergo tutta fasciata in un tubino nero probabilmente Chanel, lei mi guardò annuendo e io capii che entrambi ci eravamo perdonati il nostro piccolo incidente di percorso e così non raccontai a nessuno di quella piccola défaillance notturna. Ok, questo non è del tutto vero, perché ad essere sincero lo dissi a tutta la classe di averla vista con i bigodini e la vestaglia di flanella, ma aggiunsi anche che era un segreto e quindi di non dirlo ad anima viva, il che mi scagiona perché è un po' come non averlo detto a nessuno. Ecco. Io nuovamente con i miei libri sottomano, lei nuovamente la porfessoressa più sexy del pianeta. Quando sei stato per anni il primo della classe puoi anche macchiarti di qualche peccato veniale e nessuno ne terrà conto. Ma il povero Christian Navarra della quarta B, di peccati veniali alle spalle ne aveva decisamente troppi, con l'aggravante che in italiano non aveva mai superato il quattro e così, quando quella stessa notte fu beccato mentre vagava per i coridoi dell'albergo, proprio dal professore di italiano, il risultato fu che disse addio ai bagordi notturni, costretto a dormire per il resto della vacanza in stanza con lui.
E così quella gran paracula di Madonna decide di far uscire l'ennesima raccolta di successi ormai triti e ritriti e ci piazza dentro anche un paio di nuovi singoli così, tanto per essere sicura che la gente se lo vada a comprare. Uno dei singoli di traino è questa Celebration che ormai si inizia a sentire talmente tanto che il ritornello lo fischietta anche il pappagallo del negozio di animali in fondo alla piazza. Secondo me è solo una minestra riscaldata e poteva essere benissimo uno dei brani scartati di Confession On A Dancefloor. Se non ci credete provate a cantare la sua strofa sulla base di Get Togheter e non vi accorgerete di nessuna differenza. Il problema però, è che Madonna è ormai talmente intoccabile che qualunque vaccata tiri fuori, viene accolta come fosse il capolavoro della stagione che in confronto la Nona Di Beethoven è una filastrocca da fischiettare sotto la doccia. Questa Celebration ha il ritmo che fa tanto discoteca della Riviera e anche se magari non entrerà nei cuori della gente, sicuramente entrerà nelle loro chiappe che non muovere il culo con questo ritmo è veramente difficile, tanto che se non mi avessero detto che era di Madonna, sinceramente l'avrei pure scambiata per uno dei tanti brani estivi alla Gigi D'Agostino che ogni anno affollano le Hit Mania Compliation. Che poi, se proprio vogliamo essere pignoli, il pezzo dance dell'estate già l'aveva tirato fuori l'eterna seconda Kelly Rowland con la sua When Love Takes Over che sinceramente spacca veramente un casino (tanto per utilizzare un linguaggio giovane), ma non c'è nulla da fare, Kelly non è Madonna e presto più nessuno ricorderà la sua collaborazione vincente con David Guetta, mentre invece l'ennesima canzone inutile dell'ormai cinquantenne dedita alla Cabala, farà presto piazza pulita in ogni negozio di musica. È la legge del primo della classe, la legge del "...io sono Madonna e tu non sei un cazzo". E da che mondo è mondo, i finocchi ci son sempre caduti con tutte le scarpe.
Mondiali di nuoto. Atleti che si sfidano per stabilire chi sia il migliore. Adrenalina. Sudore. Mi torna in mente di quando ero anche io un giovane atleta che si allenava duramente illuminato dalla luce al neon di una palestra tipo Tana Delle Tigri. Solo che io non facevo wrestling con il volto coperto da una maschera, ma bensì ginnastica artistica in un body elasticizzato e evitate le solite battute che in trent'anni ne ho sentite veramente ormai di ogni tipo e non sareste neanche originali e ve lo dico subito, niente clavette e niente nastro, quelle erano cose da femmina, io sputavo sangue saltando sulla cavallina, volteggiando sulla sbarra e facendo capriole al corpo libero proprio come Yuri Chechi. E comunque lo ammetto, si, a otto anni mi ero costruito uno nastro rudimentale con una matita e quel rotolo bianco e rosso che serve per delimitare le zone per la strada, ma questo non c'entra assolutamente nulla con i miei gusti sessuali ma è solo colpa di quella ragazzina dai capelli arancioni che voleva diventare campionessa nazionale di ginnastica ritmica ecco. Hilary mi sa che ne ha fatti veramente tanti di danni. Comunque l'idea della ginnastica artistica fu di mio padre che un giorno mi prese e mi porto in quella palestra che odorava di muffa e dove imparai a fare la ruota e il vero valore dell'agonismo e della competizione. Oddio, in verità io con gli sport non è che sia stato mai particolarmente portato nonostante un fisico atletico e predisposto e quando mio padre capì che quelli erano tutti soldi buttati, iniziò a farmi notare che se il mio fisico lo avesse avuto mio fratello, sarebbe di sicuro riuscito ad arrivare a giocare in serie A. E invece lui era palliduccio e gracilino. Ma lo salvava la sua grande voglia di rivalsa e agonismo. Qualunque cosa, la buttava in competizione. “Facciamo a gara a chi arriva prima a casa? Giochiamo a chi finisce prima i compiti?” e così via per qualunque cosa e addirittura mi ricordo di un giorno in cui eravamo a pranzo, durante il quale mi chiese di fare a gara a chi chiedeva per primo l'acqua a mamma. Se non è follia questa. Lui sempre più competitivo e io sempre più pigro. Avesse avuto lui il mio fisico a quest'ora sarebbe stato in nazionale al posto di Del Piero. È che io son sempre stato un tipo riflessivo e non ho mai capito il senso di allenarsi duramente per un anno intero, per poi affrontare una gara che dura solamente una manciata di secondi. Soprattutto perché ero sicuro che non avrei mai vinto e allora non capivo il perché dovevo partecipare per forza, quando sarei potuto stare tranquillamente sugli spalti a godermi lo spettacolo che dalla pista non si aveva mai la giusta visuale per vedere le esibizioni degli altri atleti e poi c'era quel fatto della competizione che mi faceva sempre venire un groviglio allo stomaco e mi passava la fame e le mani diventavano due pezzi di ghiaccio e una delle mie ansie più grandi era essere chiamato mentre ero in bagno a fare pipì e così me la trattenevo fin quando la gara non fosse finita. A otto anni ero troppo piccolo, anche se ci sono delle atlete russe che a quell'età, hanno già vinto cinque medaglie d'oro e hanno all'attivo due partecipazioni alle Olimpiadi, ma io non avevo la testa per capire che l'ansia da gara è una delle sensazioni più belle che si possa provare e forse certe cose cominciano a mancare solo quando ormai non si sentono più. Oddio, io son sempre stato il tipo che gli prendeva l'ansia anche quando doveva andare a leggere in chiesa il salmo responsoriale e sebbene non sia mai stato un tipo troppo competitivo, sebbene non sia mai stato mio fratello che lui avesse avuto il fisico mio a quest'ora sarebbe stato a farsi il bagno su uno yocht al posto di Beckham con la Posh Sipice al fianco fasciata da un tubino nero e dei grandi occhiali di tartaruga, sebbene non abbia mai vinto nessun premio degno di nota che non fosse la fascia di mister villaggio turistico 1990 e sebbene abbia sempre detestato le gare e le aspettative dei genitori che ti vengono a guardare e a fare il tifo qualunque stronzata tu faccia; l'ansia da gara è una sensazione inarrivabile. La consapevolezza che solo battendosi con i migliori, si rischia di diventare veramente il migliore.
C’è questa mamma con la carrozzina che si è fermata di traverso sul marciapiede che la gente non riesce più a passare e mi domando come cavolo ti viene in mente di fermarti in quel modo se vai in giro con un rimorchio di quelle dimensioni che quella più che una carrozzina, pare una roulotte. Ogni persona che passa fa un complimento a quel fagottino indifeso e la mamma si mette a parlare con tutti quanti e in meno di dieci minuti conosco vita morte e miracoli del piccolo Tommaso e poi arriva questa signora con il figlio per mano che fa i soliti complimenti di rito al neonato e poi rivolgendosi al figlio dice "...tu ormai sei grande, hai sette anni, guarda che bellino che è questo bambino, non vorresti un fratellino così piccolo?" e in quel momento vorrei alzarmi e andare da quella mamma per darle un ceffone. No che non lo vuole un fratello più piccolo che gli ruberò tutte le attenzioni e giocherà con i suoi giocattoli rompendoli senza cura, no che non vuole essere messo in secondo piano, ma sono domande da fare dico io? Se mia madre mi avesse chiesto se volevo un altro fratellino, le avrei detto di cucirsi quel buco tra le gambe che io uno già ce lo avevo e non mi serviva proprio di stravolgere tutta la mia vita, per un ultimo arrivato. Ecco cosa le avrei risposto e invece a me non ha chiesto nulla e nel giro di pochi mesi è arrivato il guastafeste. Io, che per sette anni ero stato il più spupazzato, improvvisamente venivo messo da parte per un bambino con troppi capelli per essere così nuovo. E non datemi del geloso che se proprio vogliamo dirla tutta, è stato mio fratello grande che quando sono nato io si è fatto venire gli attacchi di asma pur di attirare l'attenzione che poi lo posso anche capire che per due anni sei il centro del mondo e poi arriva un altro a romperti le uova nel paniere, è uno shock. Però lui era il primo e quindi per primo avrebbe fatto tutte le esperienze attirando a se le attenzioni. Il primo dentino caduto, i primi passi da solo, il primo giorno di scuola, la prima fidanzatina e io potevo fare anche un salto mortale carpiato, ma se lo aveva già fatto lui, non avrebbe mai avuto lo stesso effetto. Essere il secondo però aveva anche i suoi vantaggi dato che ancora potevo godere di un certo prestigio agli occhi dei parenti che telefonavano per sapere come stava il piccolo di casa, ma quando mia madre rimase incinta, vidi la mia coroncina di lapislazzuli da reginetta della culla, passare dal mio capo a quello del mio nuovo fratello indesiderato. Il fratello grande rimase quello delle prime volte e il piccolo divenne presto il nuovo catalizzatore di attenzioni perché in definitiva i cuccioli fanno sempre tenerezza. Quando nacque, io avevo sette anni e la mia fase della tenerezza era passata da un bel pezzo. Avrei voluto spingere la carrozzina giù per una rampa di scale, come in quella scena de La Corazzata Potëmkin, ma sapete che vi dico, che allo stesso tempo mi scattò una sorta di istinto materno che mi portava ad essere apprensivo con quel ruba attenzioni e se mia madre era ormai arrivata al terzo figlio e era stufa di ripetere sempre le stesse cose e non aveva più quell'ansia e apprensione del neo-genitore c'ero io che invece ero in un continuo stato di panico e così, nonostante lo odiassi, la notte non dormivo con il terrore che quel batuffolo di carne, soffocasse nel sonno e vi assicuro che non è facile organizzare un piano per sbarazzarsi di un fratello, quando hai anche l'ansia che si faccia del male da solo. Così, negli anni che dovevano essere i più spensierati della mia vita, mi ritrovavo a crescere un fratello in un mondo fatto di spigoli acuminati e pericoli impervi e continuavo a vivevo all'ombra di un fratello maggiore che continuava a stupire con le sue prime volte e io cercavo di non ripercorrere neanche una delle sua scelta per attirare almeno un minimo di attenzione su di me e se lui giocava a calcio e sceglievo la pallavolo, se lui era amico dei ripetenti, io mi sedevo al banco con i secchioni e se lui usciva con la ragazza, io con il ragazzo. Vabbè, questo in verità è successo molto tempo dopo...
Ormai sono cresciuto e questi vecchi rancori fanciullesci sono passati, anche se non perdonerò mai mio fratello piccolo per avermi sotterrato e perso i miei pupazzi quelli che avevano l'insetto gigante come alleato oddio, come si chiamavano? Io ne avevo tre, di cui il capo era quello con la mosca gigante che ci si metteva la mano dentro come fosse un guanto e poi altri due con degli insetti strani tipo scorpioni e ditemi come minchia si chiamavano che è da oggi che ci sto pensando e non mi viene in mente. Adesso ho trent'anni e mio fratello piccolo è decisamente adorabile, anche se è cresciuto prendendo il peggio da me e il peggio da mio fratello e anche se ancora non capisco il perché quando è nato, i miei genitori non lo hanno piazzato in un collegio Svizzero fino ai diciotto anni. La mia infanzia ne avrebbe beneficiato non poco e magari lui avrebbe imparato bene una lingua straniera, che si può volere di più?!
Ho diciassette anni e la farmacista mi sta guardando da dietro i suoi spessi occhiali mentre poso sul bancone una confezione di preservativi. Ho preso i primi che mi son capitati che non volevo stare troppo tempo lì davanti a scegliere come avrei potuto fare con un flacone di shampoo che allora mi sarei messo a leggere tutte le proprietà, per capelli fini, secchi, con forfora, alle proteine della seta e via discorrendo, no ho preso i primi che ho trovato cercando di avere un'aria sicura di quello che i preservativi li compra sempre sperando che non abbiano capito che invece è la mia prima volta e la farmacista davanti mi sta fissando con i suoi occhi a raggi x e sento che mi sta leggendo dentro e probabilmente sta immaginando la scena di quando aprirò goffamente quella confezione e la vecchietta alle mie spalle quando mi vede tirare fuori quella scatola, ho l'impressione faccia un passo indietro guardandomi in malo modo come si potrebbe guardare un ragazzo che ha smarrito la retta via e la farmacista mi domanda con la sua voce da megafono, se oltre ai preservativi mi occorre qualche altra cosa e mentre pronuncia quella frase, la mamma con la carrozzina che sta scegliendo un nuovo ciuccio per suo figlio si gira a fissarmi e la farmacista ha urlato talmente tanto che credo l'abbiano sentita anche a Latina che Dio la fulmini e se per caso qualcuno non se ne fosse accorto, ora tutti sanno che ho comprato dei preservativi e il cuore inizia a battere forte e improvvisamente mi sento avvampare, come se avessi fatto una cosa proibita e mentre la farmacista mi incarta quella confezione come un pacco regalo i suoi movimenti sono lenti e tutti continuano a fissarmi o almeno mi sembra lo stiano facendo e lei è talmente lenta e meticolosa che mi aspetto tiri fuori da un momento all'altro anche il nastrino dorato per concludere il suo pacchetto opera d'arte e sento salire dentro di me l'ansia e l'emozione allo stesso tempo perché ho l'impressione di aver rivelato ad alta voce uno dei miei segreti più intimi e sono sicuro che tutti si staranno chiedendo dove e con chi aprirò quella scatola e quando la farmacista mi consegna il pacchetto, pago e esco con passo svelto senza alzare la testa per non incrociare lo sguardo della gente che ormai sa che farò sesso e da un certo punto di vista, è come se lo avessi appena fatto lì davanti a loro.
Sono passati tredici anni e mi ritrovo ancora una volta lì, davanti alla cassa a provare quelle stesse emozioni e lo stesso nodo allo stomaco e la sensazione che tutti mi stiano guardando e leggendo dentro e cerco di essere disinvolto, ma le mani mi sudano mentre consegno alla cassa... il cd di Alessandra Amoroso. Pago e mi affretto a farlo sparire all'interno della busta, ma ormai la gente ha visto il mio segreto e si starà immaginando che canto Immobile davanti allo specchio usando una spazzola come microfono. (Ovviamente quest'immagine di me che canto con la spazzola, è frutto di pura fantasia... io non ho una spazzola!).
Stavo notando, che a New York ho fatto quasi settecento foto. Se ci aggiungiamo quelle fatte dalla mia amica e dal mio fidanzato, arriviamo a quota 1385. Temo proprio che i miei amici preferiranno infilarsi degli spilli negli occhi piuttosto che essere invitati a casa per vedere le foto del viaggio. Però in fin dei conti non è mica colpa mia, sono queste macchinette digitali moderne che invogliano a fare un miliardo di foto che ogni volta dico che quando arrivo a casa quelle brutte le butto e tengo solamente le più significative e quindi sto lì a fotografare qualunque cosa mi passi davanti neanche fossi un autovelox e poi però quando torno a casa non ho mai il cuore di buttare nulla e ecco che adesso mi ritrovo con un miliardo di foto che nessuno vorrà mai vedere. Tempi belli una volta, quando c'erano solo i rullini da 12, 24 e 36 pose. Oddio che ho detto! Rullino?! No dico, ma vi ricordate quando le macchine fotografiche funzionavano con il rullino? (e la cosa più triste è che qualcuno di voi si starà anche chiedendo “il cosa?”). Rul-li-no. Mio dio, mi sembra di essere nato un milione di anni fa, quando si cambiava canale alla televisione girando una manopola e alla radio trasmettevano gli sceneggiati a puntate. Eppure non sto parlando del pleistocene, i rullini si usavano fino a qualche anno fa e si, lo so che qualche spocchioso della fotografia starà pensando che la pellicola di una volta non è andata in pensione, ma che anzi le vere foto sono solo quelle che si sviluppano come si faceva una volta, ma adesso toglietevi la scopa dal culo e accettate il fatto che le macchinette digitali le vendono anche al discount e che hanno semplificato il modo di fare fotografia a noi comuni mortali che non ci chiamiamo Helmut Newton. Ricordo la mia prima macchina fotografica, me la regalarono per la comunione e era una super compatta della Kodak, grande più o meno come un comodino. Aveva questo sportellino sul retro dentro il quale si doveva inserire il vecchio rullino e bisognava stare attenti che i dentini facessero bene prese nei fori della pellicola, perché non sto neanche a dirvi quante volte ero tornato a casa credendo di aver fatto un milione di foto, ma il rullo non aveva girato e non vi dico neanche quante altre volte aprivo lo sportellino per cambiare la pellicola, facendo prendere luce al rullino e mandando a cagare tutte le foto. Del mio viaggio a Firenze con la classe, conservo solo tre foto completamente bruciate dal sole. Ma che ne sanno i ragazzi di oggi di quello che abbiamo dovuto patire noi vecchie leve degli anni ottanta?! Sante macchinette digitali, dovrebbero darci un sussidio mensile a noi poveri ragazzi che abbiamo trascorso questi anni difficili, come ai reduci della guerra in Vietnam!
Ultimamente mi è preso a fare l'occhietto. È una cosa che detesto. Ma non posso farci nulla. Son lì che saluto qualcuno e allora gli faccio un cenno con la mano e ecco che parte in automatico anche l'occhietto. Mi odio. Mi metterei un pezzo di scotch sulla palpebra mi… mi… fermerei gli occhi come ad Arancia Meccanica, mi darei uno schiaffo da solo! Eppure non riesco a controllarlo. Come quei tic di quelli che mentre ti parlano continuano a sbattere gli occhi o quelli che la testa gli fa uno scatto secco. Come quella di Ally McBeal insomma, ma meno evidente. Io faccio l'occhietto quando saluto. Alzo un po' il mento, accenno un sorriso di convenienza e parte la strizzatina d'occhio. Che poi è sempre l'occhio sinistro, perché con il destro non sono capace, cioè, lo so fare, ma mi ci devo concentrare come stessi risolvendo un equazione di secondo grado, altrimenti mi viene una roba goffa che pare mi sia entrata una mosca nel bulbo oculare. Invece con il sinistro è un attimo, un movimento quasi impercettibile come il battito di ali di un colibrì, ma meno poetico. Si, perché chi è che strizza l'occhio al giorno d'oggi? Quelli che mentre stai parlando con una terza persona ti devono far capire di reggergli il gioco perché hanno raccontato una marea di cazzate e poi i bulli che ordinano una birra al bancone del bar con uno stuzzicadenti infilato al lato della bocca e vedono passare una bella ragazza in minigonna e allora fanno un fischio per attirare l'attenzione e quando la tipa si gira, si toccano il cavallo dei pantaloni e strizzano l'occhio lasciando intendere frasi del tipo "Ho pronta una grossa pagnotta da mettere in forno" e io vi giuro che non vorrei mai dare quest'impressione che piuttosto mi metterei una benda nera alla capitan uncino pur di non fare l'occhietto. Ma mi parte in automatico. Che posso farci? E immagino la gente che mi vede salutare in quel modo cosa penserà, che voglio fare il fico tipo Fonzie che entra nel locale e da un pugno al jukebox per farlo partire? Sono forse diventato un tipo da occhietto nel corso degli anni? Mio dio, e pensare che da bambino facevo le prove per fare il baciamano. Vedevo tutti quei film con la Principessa Sissi e li imitavo davanti allo specchio cercando di fermarmi alla giusta distanza per non andare a toccare la mano con le labbra e sbavarla di saliva e nello stesso tempo, non rimanere troppo distante che non era bello che poi poteva sembrare un gesto di scortesia non accostarsi in modo adeguato. Mi allenavo a fare il baciamano nel caso mi fosse servito che ne so, di andare a trovare la regina Elisabetta o non so chi altro che certe cose non te le insegnano mica a scuola e se uno non le impara da solo poi arriva il momento che ti ritrovi a cena con Juan Carlos e che fai, non fai il baciamano alla sua consorte? È evidente che avevo grandi progetti da bambino. Ora ho trent'anni, mi son fatto crescere la barba e saluto strizzando l'occhio. Mi domando di questo passo dove andremo a finire…
Le elementari le ho trascorse in un istituto di suore. Però non immaginatevi una cosa del tipo Candy Candy con la Casa di Pony e Suor Maria, perché io i genitori ce li avevo, anche se avevano scelto la scuola delle monache per parcheggiarmi dalla mattina alla sera mentre loro sbrigavano le loro cose da genitori in carriera.
Ovviamente nella scuola delle suore, si diceva la preghiera la mattina prima di cominciare le lezioni e poi si ridiceva all'ora di pranzo prima di iniziare a mangiare e poi si ridiceva poco prima che suonasse la campanella. Raggiunta la quarta elementare, tutta la classe iniziò a frequentare il corso di preparazione alla comunione e così la mattina seguivamo le normali materie scolastiche, mentre il pomeriggio facevamo religione per prepararci ad incontrare per la prima volta Gesù. In verità, a noi bambini di Gesù non fregava veramente un cazzo che se ci avessero iscritto in una scuola di musulmani o in una scuola di induisti, ci sarebbe andato bene lo stesso e anzi, forse a fare sacrifici umani ci saremmo divertiti anche di più che io un paio di ragazzini li avrei volentieri presi e rinchiusi in una gabbia e poi gli avrei strappato il cuore con le mie stesse mani inneggiando Kali Ma e li avrei calati in un pozzo profondo fino al centro della terra dove sarebbero bruciati vivi tra le grida e le risate degli spettatori e mi rendo conto di aver visto un po' troppe volte Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Decisamente.
La preparazione alla comunione era quanto di più noioso potesse esserci e devo ringraziare Don Pompei se adesso conosco tutti i sacramenti e tutti i comandamenti a memoria neanche Mosè mi avesse portato sul Sinai insieme a lui e impresso le tavole della legge nella schiena e tutti ci parlavano di questo giorno della comunione come il giorno più felice della nostra vita, ma mi rendo conto che questi "tutti" erano in verità le suore dell'istituto che con Dio ci si erano addirittura sposate.
Il giorno della comunione, mangiai il corpo di Cristo e dopo continuai a mangiare, ma questa volta insalata di mare e risotto agli scampi in un ristornate vicino il Lago di Bracciano e c'erano gli zii delle grandi occasioni, quelli che vedevamo solamente ai matrimoni e ai funerali e mio fratello aveva addirittura messo la cravatta per l'occasione e erano tutti talmente felici che non potevo assolutamente alzare il calice, battere il coltello sul bicchiere e annunciare a che io, in verità, mi sentivo tale e quale a prima. Il fatto, è che sul tavolo c'erano talmente tanti regali, che pur di aprirli avrei detto qualunque cosa. Volevano sentirsi dire che mi sentivo più puro? bhè, allora ero pronto a farlo, ma in verità, pur di ricevere un paio di fiammanti pattini da ghiaccio, avrei detto anche che le missioni in l'Uganda era sempre stato il mio vero sogno e se non fosse bastato mi sarei infilzato la forchetta nelle mani e avrei gridato al miracolo mostrando i segni delle stigmate. Che poi mica è colpa mia se a dieci anni il mio sogno era quello di pattinare come a Holiday On Ice.
L'unico piccolo problema, fu che in nessuno di quei pacchetti trovai dei pattini da ghiaccio e alla fine del pranzo avevo collezionato tre braccialetti d'oro perfettamente identici tra loro, due medagliette con l'immagine della Madonna che schiacci il serpente e una catenina con un crocifisso grande più o meno quanto quello sul quale Madonna si è fatta impalare per cantare Live To Tell. Ovviamente mia madre mi aveva costretto a ringraziare tutti i parenti con un affettuoso abbraccio, anche se io li avrei volentieri presi a sberle e tutte quelle ferraglie che mi avevano regalato le avrei portate in uno di quei negozi con la scritta "compro oro" sulla vetrina e ce ne era uno proprio vicino casa mia che aveva l'insegna gialla luminosa che diceva Re Mida e sebbene non fosse un nome particolarmente fantasioso per un'orefice, un po' di liquidità, sarebbe stata sicuramente più utili di una medaglietta della Beata Vergine e un braccialetto taglia neonato.
I pattini da ghiaccio alla fine non li ho più ricevuti e forse è stato anche meglio così che la mia era solo una smania di bambino che aveva letto un libro che parlava dell'Olanda, di una gara e di un paio di pattini d'argento come premio. Anche se sicuramente li avrei indossati più volte di quei braccialetti che sono sempre rimasti nelle loro scatolette di velluto blu e non so se da questo racconto si possa ricavare una morale e forse è che la religione è un mistero troppo grande per essere decisa dai propri genitori o forse più semplicemente che non è tutto oro quel che luccica. Quello che so però, è che certe volte basta una frase o rivedere un posto, per risvegliare ricordi sopiti che credevamo persi.
Certe cose si capiscono solamente da grande, quando ci si guarda indietro e si scopre che quello era l'unico percorso possibile.
Mio fratello ha sempre fatto l'album dei calciatori. Da che ha cominciato a funzionarmi la memoria, lo ricordo con i pacchetti di figurine in mano eccitato per aver trovato il giocatore mancate. Sai che divertimento. A me quei mezzo busti son sempre sembrate tutte uguali. Stesse magliette, stesse espressioni vuote. L'unica squadra che sapevo riconoscere era il Palermo, ma del resto come non ricordare una squadra con la divisa rosa? Tornavamo da scuola e mia nonna gli faceva trovare sempre nuovi pacchetti di figurine poggiati sopra l'album e allora ci sdraiavamo in terra e io ero l'addetto ad aprire le bustine e lui ad attaccare le immagini, compito che a me era proibito un po' come attraversare la strada da solo o ingerire il sapone. Facevamo il gioco che io coprivo la scritta e lui doveva dirmi il nome del giocatore e, capisco che probabilmente non doveva essere così difficile dato che io avrei saputo riconoscere le boccette di profumo di mia madre solamente annusandone la fragranza che neanche un setter irlandese, ma riconoscere tutti quei visi identici, per me era come decifrare la stele di rosetta e invece lui non ne sbagliava uno. Quando spuntò in edicola l'album di Creamy capii che finalmente era arrivato anche il mio momento. Finalmente anche io avrei potuto staccare la parte adesiva e incollarla sull'album! Ovviamente Creamy era la mia eroina preferita e sapevo tutta la sigla del cartone animato a memoria e non perdevo una puntata e neanche vi dico quanto ho pianto nell'episodio in cui viene scoperta durante la trasformazione e la bacchetta magica le cade in terra spezzandosi e impedendole di tornare Yu e ok, solo adesso mi rendo conto che forse fu una reazione un pizzico esagerata, ma per uno che si era costruito una bacchetta magica identica con il cartone e il legno, capite bene quanto potesse essere stata drammatica quella puntata. Ovviamente in classe mia solamente le femmine facevano l'album di Creamy e, benché a quei tempi parole come frocio, invertito, finocchio, gay, culattone, giraculo, ciucciacazzi e roba simile, non fossero così popolari come oggi, anche essere additato come il maschio che fa l'album delle femmine, era altrettanto scocciante. Non che abbia mai dato troppo retta alle prese in giro, e proprio per questo durante la ricreazione continuavo a snobbare le partite di calcio a favore delle più calme gare di tabelline che non so cosa ci trovassero le femmine di tanto divertente dato che poi io la tabellina del sei non l'ho mai saputa, ma almeno non si tornava in classe sudati, sporchi di terra e puzzolenti di sudore.
Era così la vita in terza elementare, una dura giungla nella quale sopravvivere tra figurine, ricreazioni e compiti a casa. E mentre continuavo a scambiare doppioni con le femmine, iniziavo lentamente a capire di essere differente dagli altri. Diverso perché non volevo perdere il mio tempo a correre dietro un pallone da calcio e diverso perché mi sentivo un cretino a saltare una corda dicendo i nomi della frutta. Non so chi sia stato a dire che i gay hanno una marcia in più e in verità conosco troppi finocchi completamente deficienti per crederci. Ma a otto anni, io mi sentivo diverso. Migliore di tutti quanti i miei compagni messi insieme e mai, neanche per un istante avevo creduto alla bufala che fare l'album di Creamy fosse sbagliato.
E così, mentre gli anni trascorrevano e io attraversavo nevroticamente la mia pubertà, mia nonna trascorreva sempre più tempo a domandarsi sottovoce per quale motivo il Signore non la richiamasse a se e la trovavo sempre più spesso a cercare cose che non ricordava dove aveva poggiato o a ripetere frasi appena dette o a domandarsi cosa stesse ancora facendo a questo mondo, dato che ormai non riusciva più a fare nulla senza l'aiuto di qualcuno e mentre gli anni passavano e io mi apprestavo a diventare l'ometto che sono, il suo fisico invecchiava e la salute si aggravava. Nell'ultimo periodo della sua vita il peggioramento fu talmente evidente che anche noi familiari più stretti cominciammo a chiederci cosa stesse aspettando il buon Dio. Noi familiari che l'avevamo conosciuta così bene e che avevamo vissuto con lei, riuscivamo ancora a vedere quell'anziana signora che preparava fettuccine fatte in casa con sugo di carne o che accompagnava noi bambini all'asilo o che comprava una strisciolina di pizza bianca e si raccomandava di non dirlo alla mamma. Ma la nonna ormai non era più quella persona che vedevamo nelle foto, costretta al letto era diventata un mucchietto d'ossa coperte da uno strato di pelle di alabastro e sulla schiena iniziavano ad aprirsi le prime piaghe e dei tubicini sparivano tra le pieghe della pelle lo sguardo era fisso nel vuoto e quando andavamo a trovarla, la salutavamo con un bacio come avevamo sempre fatto, ma dall'altra parte non vi era risposta. La guardavamo e dicevamo tutti silenziosamente che quella non era più una vita e che sarebbe stato meglio se fosse morta. E dire che alla nonna abbiamo sempre voluto un bene immenso e nessuno si è mai sognato di soffocarla nel sonno e è vero che anni addietro l'avevo buttata per terra che tornò dal pronto soccorso con il braccio ingessato, ma fu un tragico incidente, figuriamoci se adesso mi metto a spingere le vecchie per le scale. Vederla in quel modo era penoso e non mi reputo un killer per aver sperato che tutto finisse il più rapidamente possibile. Per lei perché era impossibile immaginare cosa stesse provando, per mio padre perché riportava sulla sua pelle il dolore e la malattia della madre…
Dedicato alla famiglia Englaro.
E eccomi, con il regalo di mia madre tra le mani e si capisce al tatto che si tratta di un libro e vado a strappare via la carta e leggo Gli Architetti Dovrebbero Ammazzarli Da Piccoli! di Matteo Clemente. Rimango perplesso. Sarà un caso che io sono architetto? Perché, insomma, non è proprio il classico libro che ci si aspetta di ricevere da una madre. Sarà ancora per quella storia delle doglie e le smagliature sulla pancia? Perché dopo trent'anni, mi sembra un modo alquanto meschino per vendicarsi. Che so, avrei pensato a Ricette Di Osterie Italiane o magari qualcosa su Tadao Ando e i colori della luce. Un romanzo scadente, un Harmony, qualunque cosa, ma non "ammazzarli da piccoli". Ecco. Ho una madre che è una Franzoni mancata.
- Non è un titolo simpatico? - dice lei - Non so di cosa possa parlare, ma a me sembrava così spiritoso che appena l'ho visto te lo ho preso! - Certo, spiritoso. Talmente spiritoso che quasi soffoco dalle risate. E pensare che io invece le ho prso delle lezuola. Come sono banale. Credo di perdonarla solamente perché vedo al suo interno un segnalibro non trasferibile, ma so già che questa storia dell'ammazzarli da piccoli me la porterò appresso per lungo tempo e probabilmente avrò bisogno dell'aiuto di un esperto per superarla. Mettiamoci anche che all'età di un anno stavo per volare giù da una finestra e ecco che chiudiamo il cerchio. Perché a me hanno sempre raccontato che era estate e il box dove io giocavo paciosamente era stato spostato un po' troppo vicino alla finestra aperta e mia madre era in cucina a preparare il pranzo e nella stanza con me mio fratello maggiore che giocava a far rimbalzare la palla contro il muro che lui da bravo etero è sempre stato un amante del calcio mentre invece la mia prima parola deve essere stata Babi Mia e probabilmente la palla deve essergli rimbalzata dalla mia parte per accorgersi che nel box erano rimasti solo i pupazzi e io non c'ero più. Camminavo gattonando allegro sul davanzale della finestra e ok era solamente un primo piano e non un grattacielo al centro di Manhattan, ma fossi caduto di sotto, mi sarei ugualmente sconocchiato per benino. Io, un angioletto dal cuore d'oro, in bilico tra la vita e la morte. Dovrei scriverci un libro. Dicono che un passante vedendomi, si fosse messo al di sotto della finestra con le braccia aperte per evitare il peggio. Dicono che mio fratello andò a chiamare mia madre che corse spaventata a strapparmi prepotentemente dalla morte. Dicono un sacco di cose su questa storia, ma dopo questo libro, non so se crederci più, o immaginare mia madre a sventolarmi fuori dal davanzale alla Michael Jackson.