
Mondiali di nuoto. Atleti che si sfidano per stabilire chi sia il migliore. Adrenalina. Sudore. Mi torna in mente di quando ero anche io un giovane atleta che si allenava duramente illuminato dalla luce al neon di una palestra tipo Tana Delle Tigri. Solo che io non facevo wrestling con il volto coperto da una maschera, ma bensì ginnastica artistica in un body elasticizzato e evitate le solite battute che in trent'anni ne ho sentite veramente ormai di ogni tipo e non sareste neanche originali e ve lo dico subito, niente clavette e niente nastro, quelle erano cose da femmina, io sputavo sangue saltando sulla cavallina, volteggiando sulla sbarra e facendo capriole al corpo libero proprio come Yuri Chechi. E comunque lo ammetto, si, a otto anni mi ero costruito uno nastro rudimentale con una matita e quel rotolo bianco e rosso che serve per delimitare le zone per la strada, ma questo non c'entra assolutamente nulla con i miei gusti sessuali ma è solo colpa di quella ragazzina dai capelli arancioni che voleva diventare campionessa nazionale di ginnastica ritmica ecco. Hilary mi sa che ne ha fatti veramente tanti di danni. Comunque l'idea della ginnastica artistica fu di mio padre che un giorno mi prese e mi porto in quella palestra che odorava di muffa e dove imparai a fare la ruota e il vero valore dell'agonismo e della competizione. Oddio, in verità io con gli sport non è che sia stato mai particolarmente portato nonostante un fisico atletico e predisposto e quando mio padre capì che quelli erano tutti soldi buttati, iniziò a farmi notare che se il mio fisico lo avesse avuto mio fratello, sarebbe di sicuro riuscito ad arrivare a giocare in serie A. E invece lui era palliduccio e gracilino. Ma lo salvava la sua grande voglia di rivalsa e agonismo. Qualunque cosa, la buttava in competizione. “Facciamo a gara a chi arriva prima a casa? Giochiamo a chi finisce prima i compiti?” e così via per qualunque cosa e addirittura mi ricordo di un giorno in cui eravamo a pranzo, durante il quale mi chiese di fare a gara a chi chiedeva per primo l'acqua a mamma. Se non è follia questa. Lui sempre più competitivo e io sempre più pigro. Avesse avuto lui il mio fisico a quest'ora sarebbe stato in nazionale al posto di Del Piero. È che io son sempre stato un tipo riflessivo e non ho mai capito il senso di allenarsi duramente per un anno intero, per poi affrontare una gara che dura solamente una manciata di secondi. Soprattutto perché ero sicuro che non avrei mai vinto e allora non capivo il perché dovevo partecipare per forza, quando sarei potuto stare tranquillamente sugli spalti a godermi lo spettacolo che dalla pista non si aveva mai la giusta visuale per vedere le esibizioni degli altri atleti e poi c'era quel fatto della competizione che mi faceva sempre venire un groviglio allo stomaco e mi passava la fame e le mani diventavano due pezzi di ghiaccio e una delle mie ansie più grandi era essere chiamato mentre ero in bagno a fare pipì e così me la trattenevo fin quando la gara non fosse finita. A otto anni ero troppo piccolo, anche se ci sono delle atlete russe che a quell'età, hanno già vinto cinque medaglie d'oro e hanno all'attivo due partecipazioni alle Olimpiadi, ma io non avevo la testa per capire che l'ansia da gara è una delle sensazioni più belle che si possa provare e forse certe cose cominciano a mancare solo quando ormai non si sentono più. Oddio, io son sempre stato il tipo che gli prendeva l'ansia anche quando doveva andare a leggere in chiesa il salmo responsoriale e sebbene non sia mai stato un tipo troppo competitivo, sebbene non sia mai stato mio fratello che lui avesse avuto il fisico mio a quest'ora sarebbe stato a farsi il bagno su uno yocht al posto di Beckham con la Posh Sipice al fianco fasciata da un tubino nero e dei grandi occhiali di tartaruga, sebbene non abbia mai vinto nessun premio degno di nota che non fosse la fascia di mister villaggio turistico 1990 e sebbene abbia sempre detestato le gare e le aspettative dei genitori che ti vengono a guardare e a fare il tifo qualunque stronzata tu faccia; l'ansia da gara è una sensazione inarrivabile. La consapevolezza che solo battendosi con i migliori, si rischia di diventare veramente il migliore.
C’è questa mamma con la carrozzina che si è fermata di traverso sul marciapiede che la gente non riesce più a passare e mi domando come cavolo ti viene in mente di fermarti in quel modo se vai in giro con un rimorchio di quelle dimensioni che quella più che una carrozzina, pare una roulotte. Ogni persona che passa fa un complimento a quel fagottino indifeso e la mamma si mette a parlare con tutti quanti e in meno di dieci minuti conosco vita morte e miracoli del piccolo Tommaso e poi arriva questa signora con il figlio per mano che fa i soliti complimenti di rito al neonato e poi rivolgendosi al figlio dice "...tu ormai sei grande, hai sette anni, guarda che bellino che è questo bambino, non vorresti un fratellino così piccolo?" e in quel momento vorrei alzarmi e andare da quella mamma per darle un ceffone. No che non lo vuole un fratello più piccolo che gli ruberò tutte le attenzioni e giocherà con i suoi giocattoli rompendoli senza cura, no che non vuole essere messo in secondo piano, ma sono domande da fare dico io? Se mia madre mi avesse chiesto se volevo un altro fratellino, le avrei detto di cucirsi quel buco tra le gambe che io uno già ce lo avevo e non mi serviva proprio di stravolgere tutta la mia vita, per un ultimo arrivato. Ecco cosa le avrei risposto e invece a me non ha chiesto nulla e nel giro di pochi mesi è arrivato il guastafeste. Io, che per sette anni ero stato il più spupazzato, improvvisamente venivo messo da parte per un bambino con troppi capelli per essere così nuovo. E non datemi del geloso che se proprio vogliamo dirla tutta, è stato mio fratello grande che quando sono nato io si è fatto venire gli attacchi di asma pur di attirare l'attenzione che poi lo posso anche capire che per due anni sei il centro del mondo e poi arriva un altro a romperti le uova nel paniere, è uno shock. Però lui era il primo e quindi per primo avrebbe fatto tutte le esperienze attirando a se le attenzioni. Il primo dentino caduto, i primi passi da solo, il primo giorno di scuola, la prima fidanzatina e io potevo fare anche un salto mortale carpiato, ma se lo aveva già fatto lui, non avrebbe mai avuto lo stesso effetto. Essere il secondo però aveva anche i suoi vantaggi dato che ancora potevo godere di un certo prestigio agli occhi dei parenti che telefonavano per sapere come stava il piccolo di casa, ma quando mia madre rimase incinta, vidi la mia coroncina di lapislazzuli da reginetta della culla, passare dal mio capo a quello del mio nuovo fratello indesiderato. Il fratello grande rimase quello delle prime volte e il piccolo divenne presto il nuovo catalizzatore di attenzioni perché in definitiva i cuccioli fanno sempre tenerezza. Quando nacque, io avevo sette anni e la mia fase della tenerezza era passata da un bel pezzo. Avrei voluto spingere la carrozzina giù per una rampa di scale, come in quella scena de La Corazzata Potëmkin, ma sapete che vi dico, che allo stesso tempo mi scattò una sorta di istinto materno che mi portava ad essere apprensivo con quel ruba attenzioni e se mia madre era ormai arrivata al terzo figlio e era stufa di ripetere sempre le stesse cose e non aveva più quell'ansia e apprensione del neo-genitore c'ero io che invece ero in un continuo stato di panico e così, nonostante lo odiassi, la notte non dormivo con il terrore che quel batuffolo di carne, soffocasse nel sonno e vi assicuro che non è facile organizzare un piano per sbarazzarsi di un fratello, quando hai anche l'ansia che si faccia del male da solo. Così, negli anni che dovevano essere i più spensierati della mia vita, mi ritrovavo a crescere un fratello in un mondo fatto di spigoli acuminati e pericoli impervi e continuavo a vivevo all'ombra di un fratello maggiore che continuava a stupire con le sue prime volte e io cercavo di non ripercorrere neanche una delle sua scelta per attirare almeno un minimo di attenzione su di me e se lui giocava a calcio e sceglievo la pallavolo, se lui era amico dei ripetenti, io mi sedevo al banco con i secchioni e se lui usciva con la ragazza, io con il ragazzo. Vabbè, questo in verità è successo molto tempo dopo...
Ormai sono cresciuto e questi vecchi rancori fanciullesci sono passati, anche se non perdonerò mai mio fratello piccolo per avermi sotterrato e perso i miei pupazzi quelli che avevano l'insetto gigante come alleato oddio, come si chiamavano? Io ne avevo tre, di cui il capo era quello con la mosca gigante che ci si metteva la mano dentro come fosse un guanto e poi altri due con degli insetti strani tipo scorpioni e ditemi come minchia si chiamavano che è da oggi che ci sto pensando e non mi viene in mente. Adesso ho trent'anni e mio fratello piccolo è decisamente adorabile, anche se è cresciuto prendendo il peggio da me e il peggio da mio fratello e anche se ancora non capisco il perché quando è nato, i miei genitori non lo hanno piazzato in un collegio Svizzero fino ai diciotto anni. La mia infanzia ne avrebbe beneficiato non poco e magari lui avrebbe imparato bene una lingua straniera, che si può volere di più?!
Trovo sia un dato veramente significativo, il fatto che dopo cinque anni, abbia finalmente imparato a memoria il numero di cellulare del mio ragazzo.

Lady Gaga è decisamente l'artista del momento e le sue canzoni passano alla radio più o meno ogni ventisei minuti che sto iniziando ad odiarle (...pa-pa-pa-poker face, pa-pa-poker face...) e poi i concerti, le ospitate, le esibizioni, le riviste e proprio la rivista musicale forse più famosa al mondo, l'ha voluta per la copertina del suo ultimo numero e così David LaChapelle, mica un pincopallino qualunque, l'ha presa e l'ha fotografata per renderla un'icona immortale e fin qui tutto perfetto, se non fosse che è venta fuori una foto in cui questa Lady Gaga è veramente un mostro abominevole che pare Marilyn Manson con un parruccone biondo e si, i lineamenti delicati di Audrey Hepburn la signorina Gaga non li ha mai avuti, però porco il cazzo quanto è venuta brutta altro che Poker Face, questa è veramente orrenda che se sotto quella frangia platinata si nasconde veramente questa cosa qui, bhè, ora capisco perché le hanno fatto fare tutti i video con un paio di occhiali da sole grandi come un 24 pollici. Che poi io ho un po' il pallino delle foto che secondo me sono un fotografo mancato che se non fossi stato un architetto, probabilmente mi sarei buttato dietro l'obiettivo per cercare lo scatto perfetto alla National Geographic e allora quando andiamo in vacanza son sempre lì a fotografare tutto che anche i dettagli più insignificanti possono diventare arte se fotografati nel giusto modo e ovviamente dico tutto questo come fossi Robert Mapplethorpe, ma invece faccio poi delle foto veramente da giapponese che ci manca solo mi metta a fare il segno di vittoria con le dita e a ridere come un matto per ogni stronzata e veramente mi scambierebbero per un giapponese e ammetto che forse in alcune occasioni porto all'esasperazione il mio ragazzo che per fare una foto ci metto sempre sei ore che devo aspettare che non stia passando nessuno che poi le foto con la gente dietro mi danno urto e la composizione deve essere geometrica e "...ridi un po' di più, stai dritto con la schiena che sembri gobbo, no, ora ridi di meno che altrimenti ti viene fuori un ghigno, ho detto la schiena, la schiena, più dritto con quella schiena e porta in dietro le spalle e... ma non riesci a fare una risata spontanea dannazione ci vuole così tanto a sembrare naturale!?" e questo accade più o meno per ogni foto che io lo capisco benissimo che al povero malcapitato possa venire l'esaurimento, però cavolo, poi quando torniamo a casa, sono sempre tutti felici di avere delel foto che sembrano una pagina di Vogue. A differenza mia invece, al mio ragazzo delle foto non frega nulla e non è neanche capace a farle che potete dargli una divisioni a tre cifre e lui ve la fa a mente in due secondi e si ricorda tutti i Re di Roma in ordine temporale e è una delle persone più intelligenti che abbia mai conosciuto, ma non chiedetegli di fare una foto che pure se si impegna non c'è verso che gli venga bene e ogni volta che gli do la macchinetta, mi metto in posa e gli dico: "Vai, scatta!" e lui mi dice che l'ha già fatta da cinque minuti. Come già fatta?! Ma non ero pronto! e allora vado a vedere l'anteprima (sante macchinette digitali) e puntualmente ho un occhio chiuso, la bocca storta in una smorfia, un piccione mi sta passando davanti i viso e una scolaresca sta attraversando alle mie spalle. Ovviamente lui capisce perfettamente dalla mia espressione che quella foto non mi piace e allora inizia sempre un simpatico teatrino con lui che mi dice se ne voglio un'altra e io che rispondo che no, mi va bene quella anche se non si capisce neanche che sono io e andiamo avanti così più o meno per cinque minuti e alla fine accetto e mi rimetto davanti al monumento o il panorama o quello che è insomma e inizio a fare le pose da calendario Pirelli e lui scatta a raffica per essere sicuro che almeno una delle cinquanta foto mi piaccia e fa uno scatto al secondo che se scorro velocemente le foto sull'anteprima, sembra quasi di vedere un film di quelli con la tecnologia stop-motion tipo Nightmare Before Christmas e alla fine comunque su cento foto una decente ne viene fuori e allora mi metto a scartare quelle brutte e a scegliere quelle che mi piacciono neanche fossero i provini del del matrimonio e poi quando torniamo a casa e tiriamo fuori le foto per farle vedere agli amici, partono subito le prese in giro perché in tutte le mie foto ho sempre le pose un po' di tre quarti e con lo sguardo tenebroso che volge verso l'infinito o che ammicca sensuale alla telecamera tipo Valeria Marini e si, prendetemi anche in giro, ma io odio le foto spontanee dove vengo con le smorfie e poi non chiedetemi di ridere che mi vengono le guance gonfie che sembro un criceto e se non faccio le prove adesso, poi arriva il giorno che il Rolling Stone mi chiede di fare la copertina del suo ultimo numero e mica posso rischiare di venire fuori come Lady Gaga... ...pa-pa-pa-poker face, pa-pa-poker face...!
Vado a trovare mio padre e sono tre settimane che non lo vedo e quando mi apre la porta, mi abbraccia come fossi appena tornato dall'Isola Dei Famosi e mi aspetto che da un momento all'altro, sul monitor alle nostre spalle parta l'RVM con i momenti migliori della mia vita, ma invece dopo solo un istante mi rimprovera con una frase secca: “Chi non muore si rivede eh!”. Ok, abitiamo a sei minuti di macchina e sono tre settimane che non vado a trovarlo, ma... dire che sono stato molto impegnato può valere come scusa? Ci mettiamo a parlare e gli racconto quello che ho fatto in questi ultimi giorni e si, in effetti non c'è un gran che da raccontare dato che la cosa più interessante che mi viene in mente è che sabato sono stato al mare, ma almeno posso dire di avere una bella abbronzatura ambrata. “Che faccia stanca che hai, ma vi cucinate quando state a casa che ti vedo dimagrito?” Ecco, come non detto. Ma quale dimagrito?! Se ho una pancia che sembra abbia ingoiato un pallone da basket! Per quale motivo basta assentarsi due giorni dalla casa natia, per scatenare nei propri genitori ansie da deperimento? Effettivamente anche mia nonna era così, che secondo lei mangiavamo veramente bene solo quando la andavamo a trovare e allora ci rimpinzava di cibo come fossimo orsi che devono affrontare il lungo inverno e i suoi centrotavola erano sempre pieni di cioccolatini e nel suo frigorifero non mancava mai il succo di frutta o qualche altra bevanda da offrire. “La vuoi un po' di Nutella?” mi dice mio padre facendo l'occhietto e indicando la cucina con un gesto della testa e quest'uomo deve essere folle, perché io sto cercando di vincere la mia battaglia con le maniglie dell'amore a suon di bresaola e... aria! e lui mi offre della Nutella?! “Allora fatti un panino con il prosciutto?” mi dice e non capisco se crede realmente che al di fuori di qui, mi nutra solamente con gallette di riso, oppure se sta semplicemnte invecchiando precocemente e gli sta prendendo la sindrome da "mangia qualcosa" tipica delle nonne. E poi sono le sette di sera e non voglio mangiare adesso che tra un'ora si cena... vabbé, facciamo anche due ore, che qui a Roma se si mangia prima delle nove significa che o sei ricoverato all'ospedale, o hai superato abbondantemente gli ottanta.
La mia camera è così come l'ho lasciata l'ultima volta e nonostante siano sei mesi che non dormo più lì, c'è ancora un mio libro sul comodino, anche se adesso è stato sormontato dai libri di mio fratello. E mi accorgo che nell'armadio ci sono alcune camicie di mio fratello. E nel cassetto ci sono anche delle sue magliette e il mio vecchio stereo al quale attaccavo ogni volta l'ipod, è stato sostituito da uno stereo nuovo fiammante che sta suonando delle canzoni che non conosco. Arrivati a questo punto, mi domando quanto tempo impiegheranno prima di togliere le mie fotografie dalle pareti e trasformare definitivamente la mia stanza in, che ne so, una palestra per tenersi in forma o lo studio per il bricolage o che cavolo ne so io. Insomma, solo perché non vivo più in questa casa, non significa che quella non sia più la mia stanza! Che poi entrambi i miei fratelli hanno già una splendida camera tutta loro e si, la mia è sempre stata la stanza più bella e la più luminosa e anche l'unica con l'aria condizionata e ad avere il computer con l'allaccio per internet e la televisione con tutti i canali che non si sa per quale motivo, nelle stanze dei mie fratelli si riesce a vedere solo RaiUno, mentre da me prendo anche Tele Maristella senza l'aiuto del satellite. Comunque ciò non li autorizza a sfrattarmi da camera mia ecco tutto e anche se non dormo più lì, quella rimane sempre camera mia! Tra parentesi, devo ricordarmi di mettere in salvo il mio peluches preferito di quando ero piccolo che lo conservo da ventisette anni e già una volta l'ho salvato dal secchio della raccolta differenziate dentro il quale era caduto “per sbaglio” e non vorrei che un incidente del genere succedesse di nuovo.
Un rumore di serratura e dalla porta d'ingresso spunta mio fratello grande. “Ah, ci sei pure tu, senti già che ti ho visto, la metti ancora quella camicia a righe che avevi lasciato nell'armadio? Perché adesso la sto usando io...”. E dietro di lui spunta anche mio fratello piccolo “Uh, e tu come mai sei qui? Ti si è rotto il portatile e sei venuto a scroccarci il computer?”.
Poi dici che uno non li vai mai a trovare...
Il fatto è, che a novembre avevo iniziato a fare la lista degli invitati e erano spuntate fuori sessanta persone, e io immaginavo una grande festa con un sacco di amici e magari anche una piscina dove fare il bagno e no, forse una piscina ad aprile non è proprio consigliabile che anziché fare il bagno avremmo fatto Holiday On Ice e allora magari meglio un casale nella campagna toscana dove mi sarei risvegliato su un divano con una mascherina di carnevale sugli occhi e una bottiglia di Laurent Perrier stretta tra le dita. Ma man mano che la data si avvicinava, tutto questo entusiasmo iniziava a sparire e alla fine, giunto il giorno del mio compleanno, la voglia di fare una grande festa era andata a puttane e anzi, ancora non lo sapevo, ma mi aspettava una giornata durante la quale sarei stato intrattabile, ma non chiedetemi il motivo, perché non lo so neanche io. Forse la colpa è di tutti quei simpaticoni che mi hanno fatto glia auguri dicendo: “Allora, come ti senti?”. No, scusate, ma come cavolo dovrei sentirmi? Perché io capisco che ti fanno questa domanda se sei in un letto di ospedale con un respiratore e gli arti completamente ingessati, ma che ti chiedono come stai nel giorno del tuo compleanno guardandoti come se avessi appena perso il lavoro, eh no! Altri geni invece, hanno pensato bene di farcire i loro auguri con frasi del tipo: “Cosa si prova ad essere trentenni?” e pure a questi darei l'Oscar della simpatia che spiegatemi voi quale risposta avrei dovuto dare che poi io non so mai se devo stare al gioco oppure rispondere sinceramente perché in tal caso neanche avrei dovuto aprire bocca perché mi sarebbe bastata la vista laser degli X-Men per disintegrarli con un solo sguardo. Che poi non è tanto il fatto di diventare vecchio, perché prima o poi si sa che deve succedere... però... ecco... ok, si è per la storia del diventare vecchio. Il problema è che tra i ventinove e i trenta sembra esserci molto di più di un anno di differenza che quando ti chiedono l'età tu puoi rispondere ventinove mettendo in risalto il venti e andandoti a mangiare le parole dopo e alla gente rimane in testa solo quel venti. Un po' come i cartellini con i prezzi “Tutto a nove e novantanove” che poi sarebbero dieci euro, però fa più scena dire nove e novantanove che uno non ci bada al fatto che c'è un solo centesimo di differenza che poi non ti danno mai di resto e ecco che uno pensa di aver fatto un super affare perché “E' costato solo nove euro!”. Tra trenta e ventinove c'è differenza cazzarola, eccome se c'è differenza. Non è una differenza reale, ma solo psicologica e non venitemi a dire che me li porto bene e che l'importante è essere giovane dentro perché vi vengo a cercare e vi spacco il culo a suon di calci. Il trentesimo compleanno fa schifo, ecco come stanno le cose e state molto attenti voi ventinovenni perché quando sarà il vostro giorno e la gente vi chiederà come vi sentite, bhè, preparatevi una risposta intelligente e provate e riprovate il vostro miglior sorriso allo specchio. Perché in realtà vi sentirete fottutamente da schifo. Ecco, ora che mi sono sfogato mi sento meglio. Quasi quasi organizzo la festa di compleanno...
Ricevo una mail.
Caro Lord,
sono un ragazzo di 21anni. Da qualche tempo ho scoperto il tuo blog, quasi per caso. [...] Volevo sapere come (e se) hai fatto coming out con i tuoi genitori, quando hai pensato che fosse il momento giusto e se c’è stato qlc in particolare che ti ha dato il coraggio (che a me manca) per farlo. Sono in pochissimi le persone a cui l’ho detto e il fatto di dover sempre portare una maschera con tutti mi fa temere che prima o poi non rimarrà più niente dietro, che non sarò più in grado di essere me stesso. Non riesco a vivere apertamente quello che sono, tanto che non ho neanche mai avuto un ragazzo. A volte penso che forse il prima passo per aprirmi veramente sarebbe quello di dirlo ai mie genitori e smettere di dover fingere proprio con chi mi sento più al sicuro. Chiedo a te per sapere la tua esperienza e magari capire cosa fare.
Ti ringrazio
F.
Da bambino volevo essere come la foto dell'Arcangelo Gabriele che avevo in cima al letto. Morbidi boccoli biondi che ricadono sulle spalle e occhi azzurri. Se mi avessero proposto di compormi come fossi stato una bambola da assemblare, mi sarei di sicuro messo gli occhi azzurri e i capelli color miele e poi avrei voluto un carattere più sicuro e non questa timidezza che mi fa venire le vampate ogni volta che parlo in pubblico e se mi avessero chiesto se preferivo essere gay o etero avrei risposto che non mi interessava, che mi sarebbe bastato essere un biondo intelligente. Alla fine non ho potuto scegliere nulla di quello che sono. Sono moro. Alto. Simpatico. Gay. C'è una cosa che cambiereste? Io no. A dire il vero sono arrivato a questa consapevolezza un po' tardi, quando ormai alle mie spalle avevo accumulato una serie di storie con ragazze abbastanza rovinose e una serie di schiarenti per capelli piuttosto fallimentari (non fidatevi mai dello schiarente Dr, schultz!). Tutta la mia presa di coscienza è stato un percorso naturale e graduale che uno non si può mica svegliare la matina e capire tutto mentre si fa colazione inzuppando le Macine in una tazza di latte!
A vent'anni ho sentito che era arrivato finalmente il momento giusto e sono uscito con il mio primo ragazzo. O forse dovrei direi che a vent'anni finalente qualcuno ci ha provato con me, ma non volevo sembrare troppo uno sfigato. Il mio primo incontro con qualcuno che si faceva la barba come me, fu quanto di più naturale ci potesse essere, nessuna lotta interiore, nessun dubbio o risentimento, un appuntamento come tanti, un cinema e un invito dei più banali "Vuoi salire ti faccio vedere casa?". Salgo e subito un bacio e la sensazione che mi sto innamorando e si, lasciam perdere il mio lato Barbie Sposa Perfetta che ci ho messo qualche istante di troppo a capire che un bacio non equivale a un fidanzamento, soprattutto se parliamo di finocchi. Sarà stata la mia superficialità a salvarmi da una serie infinita di pippe mentali, ma quel bacio non mi fece minimamente preoccupare, fu un bacio sincero e questo era quello che importava e da quel momento ho capito che direzione avrebbe preso la mia vita. In verità all'inizio la nostra fu una relazione segreta che faceva molto Dawson's Creek, ma quando venne il momento, non ci fu nessun annuncio con voce sommessa "Vorrei parlarvi di una cosa importante...". Ovviamente i primi ad essere avvisati furono gli amici più stretti. Con qualcuno non ci fu neanche bisogno di mettere cartelli, ma improvvisamente nelle nostre uscite comparve anche "lui" e piano piano tutti capirono da soli. Ok, adesso non voglio fare quello troppo moderno che ha avuto tutta la strada in discesa, perché qualche imbarazzo ce lo ho avuto anche io, soprattutto con le persone che mi avevano visto con le precedenti ragazze e poi c'è sempre stato qualche super sveglio che ha commentato con un "Ma non prendermi in giro, ma quale gay...!". Se ti dico che sono gay, è perché sono gay che se avessi voluto fare una battuta divertente avrei detto qualcosa del tipo "Ci sono solo 2 posti dove mi piacerebbe essere baciato... a Parigi e a Miami!". Che poi il più delle volte queste affermazioni deficienti le hanno fatte le donne, aggiungendo anche un bel "Che spreco... sono sempre i migliori che se ne vanno... e comunque se ci ripensi fammi un fischio che io una ripassata te la do volentieri...!". Dirlo agli amici in fin dei conti fu una passeggiata, perché il vero passo importante è confessarlo ai genitori. Si, perché mio fratello bastava che portasse una ragazza a pranzo la domenica per far capire a tutti che si era fidanzato e allora mia madre tirava fuori il servizio di bicchieri buono e apparecchiava come fosse la notte di natale e faceva la sua classica voce impostata delle grandi occasioni e mio padre iniziava a fare domande su che lavoro facessero i genitori e come andavano gli esami all'università e non c'era bisogno di aggiungere altro. Io ho portato Giulio a casa un milione di volte e abbiamo sempre pranzato con i bicchieri da cucina.
Non so quale sia il modo migliore per dirlo ai propri genitori, non so se esiste un momento migliore come per esempio fargli scolare una bottiglia di Veuve Clicquot. So solo che dopo essere stato due anni con un ragazzo e poi altri due con un altro, ero stufo di inventare stronzate e dire che rimanevo a dormire fuori perché non mi andava di mettermi in macchina a quell'ora tarda. Volevo essere sincero, volevo fare chiarezza e non vi dirò che mia madre è sempre stata la mia migliore amica e non potevo tenerle nascosta un parte di me. Io volevo dirglielo per me stesso, per essere più sereno, per non vivere con l'ansia, per non vivere a metà. Questa è la teoria, perché la pratica è sempre più complicata come quando ho detto che sapevo giocare a tennis e poi non sono riuscito a fare neanche due scambi. Ogni giorno avrei voluto tirare fuori l'argomento e ogni giorno trovavo una scusa per non farlo. Quando mio padre mi comprò le lenzuola ghepardate dicendo "So che a te queste cose piacciono...", io credevo alludesse a qualcosa del tipo "Ti ho visto mentre cantavi in playback il video di Shania Twain, quello dove è vestita animalier con anche la cappelliera coordinata e stai tranquillo, sono fiero di te e sarò per sempe dalla tua parte!" In verità credo avesse solo trovato un copriletto in offerta. Dunque, vi domanderete, come lo hai detto ai tuoi genitori?! Ebbene, mi sarebbe piaciuto prendere il coraggio a due mani e fargli la confessione guardandoli dritti negli occhi, ma invece sono stato un codardo e non ho mai avuto il coraggio di fare il primo passo, perché per quanto possa essere stato sincero e onesto con me stesso, cazzarola, loro sono i miei genitori! E se mi sbattono fuori di casa? Se dicono che non vogliono avere più nulla a che fare con me e si sentono male dal dolore e li devo portare anche al pronto soccorso? Non sapevo se immaginare scene di pianto e piatti sbattuti a terra o una semplice pacca sulla spalla e un "Lo abbiamo sempre saputo e per noi non cambia nulla...". Alla fine da bravo codardo che sono, non dissi mai nulla. Mio padre mi trovò a letto abbracciato al mio ragazzo.
Fu uno dei momenti più tragicomici della mia vita che neanche una commedia con Jennifer Aniston avrebbe potuto partorire in modo migliore e sapete che vi dico? Per me quello fu il migliore dei modi. Fu imbarazzante e divertente allo stesso tempo. Ovviamente poi parlai con mio padre che mi fece un sacco di domande, dalle più ingenue alle più tecniche e per tutta la durata della nostra discussione il suo sguardo rimase serio e un po' triste e poi fu la volta di parlare con mia madre e le sue domande furono diverse, ma anche queste preoccupate e cupe. Son passati diversi anni dall'accaduto e il mio ragazzo è diventato ormai uno di famiglia e tutti sembrano adorarlo e non potrebbe essere altrimenti perché mica mi sono andato a prendere il primo sprovveduto che ho trovato! Però non ho mai chiesto ai miei genitori come stanno e come vivono questa situazione, se la loro tranquillità e solo apparente o se realmente sono felici e tranquilli, dicendoglielo mi sono tolto un peso enorme e finalmente ho iniziato a vivere ancora più tranquillamente la mia vita, ma non vorrei aver trasferito su di loro il peso che un tempo era sulle mie spalle. Ho trent'anni e probabilmente sono stato fortunato, perché posso raccontare la mia storia a lieto fine senza lacrime e singhiozzi. Ho trent'anni e sapete che vi dico, io di me non cambierei nulla, neanche il colore di capelli.
Dedicato a F. autore della lettera, ma soprattutto ai miei genitori.
Ultimamente mi è preso a fare l'occhietto. È una cosa che detesto. Ma non posso farci nulla. Son lì che saluto qualcuno e allora gli faccio un cenno con la mano e ecco che parte in automatico anche l'occhietto. Mi odio. Mi metterei un pezzo di scotch sulla palpebra mi… mi… fermerei gli occhi come ad Arancia Meccanica, mi darei uno schiaffo da solo! Eppure non riesco a controllarlo. Come quei tic di quelli che mentre ti parlano continuano a sbattere gli occhi o quelli che la testa gli fa uno scatto secco. Come quella di Ally McBeal insomma, ma meno evidente. Io faccio l'occhietto quando saluto. Alzo un po' il mento, accenno un sorriso di convenienza e parte la strizzatina d'occhio. Che poi è sempre l'occhio sinistro, perché con il destro non sono capace, cioè, lo so fare, ma mi ci devo concentrare come stessi risolvendo un equazione di secondo grado, altrimenti mi viene una roba goffa che pare mi sia entrata una mosca nel bulbo oculare. Invece con il sinistro è un attimo, un movimento quasi impercettibile come il battito di ali di un colibrì, ma meno poetico. Si, perché chi è che strizza l'occhio al giorno d'oggi? Quelli che mentre stai parlando con una terza persona ti devono far capire di reggergli il gioco perché hanno raccontato una marea di cazzate e poi i bulli che ordinano una birra al bancone del bar con uno stuzzicadenti infilato al lato della bocca e vedono passare una bella ragazza in minigonna e allora fanno un fischio per attirare l'attenzione e quando la tipa si gira, si toccano il cavallo dei pantaloni e strizzano l'occhio lasciando intendere frasi del tipo "Ho pronta una grossa pagnotta da mettere in forno" e io vi giuro che non vorrei mai dare quest'impressione che piuttosto mi metterei una benda nera alla capitan uncino pur di non fare l'occhietto. Ma mi parte in automatico. Che posso farci? E immagino la gente che mi vede salutare in quel modo cosa penserà, che voglio fare il fico tipo Fonzie che entra nel locale e da un pugno al jukebox per farlo partire? Sono forse diventato un tipo da occhietto nel corso degli anni? Mio dio, e pensare che da bambino facevo le prove per fare il baciamano. Vedevo tutti quei film con la Principessa Sissi e li imitavo davanti allo specchio cercando di fermarmi alla giusta distanza per non andare a toccare la mano con le labbra e sbavarla di saliva e nello stesso tempo, non rimanere troppo distante che non era bello che poi poteva sembrare un gesto di scortesia non accostarsi in modo adeguato. Mi allenavo a fare il baciamano nel caso mi fosse servito che ne so, di andare a trovare la regina Elisabetta o non so chi altro che certe cose non te le insegnano mica a scuola e se uno non le impara da solo poi arriva il momento che ti ritrovi a cena con Juan Carlos e che fai, non fai il baciamano alla sua consorte? È evidente che avevo grandi progetti da bambino. Ora ho trent'anni, mi son fatto crescere la barba e saluto strizzando l'occhio. Mi domando di questo passo dove andremo a finire…
Le elementari le ho trascorse in un istituto di suore. Però non immaginatevi una cosa del tipo Candy Candy con la Casa di Pony e Suor Maria, perché io i genitori ce li avevo, anche se avevano scelto la scuola delle monache per parcheggiarmi dalla mattina alla sera mentre loro sbrigavano le loro cose da genitori in carriera.
Ovviamente nella scuola delle suore, si diceva la preghiera la mattina prima di cominciare le lezioni e poi si ridiceva all'ora di pranzo prima di iniziare a mangiare e poi si ridiceva poco prima che suonasse la campanella. Raggiunta la quarta elementare, tutta la classe iniziò a frequentare il corso di preparazione alla comunione e così la mattina seguivamo le normali materie scolastiche, mentre il pomeriggio facevamo religione per prepararci ad incontrare per la prima volta Gesù. In verità, a noi bambini di Gesù non fregava veramente un cazzo che se ci avessero iscritto in una scuola di musulmani o in una scuola di induisti, ci sarebbe andato bene lo stesso e anzi, forse a fare sacrifici umani ci saremmo divertiti anche di più che io un paio di ragazzini li avrei volentieri presi e rinchiusi in una gabbia e poi gli avrei strappato il cuore con le mie stesse mani inneggiando Kali Ma e li avrei calati in un pozzo profondo fino al centro della terra dove sarebbero bruciati vivi tra le grida e le risate degli spettatori e mi rendo conto di aver visto un po' troppe volte Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Decisamente.
La preparazione alla comunione era quanto di più noioso potesse esserci e devo ringraziare Don Pompei se adesso conosco tutti i sacramenti e tutti i comandamenti a memoria neanche Mosè mi avesse portato sul Sinai insieme a lui e impresso le tavole della legge nella schiena e tutti ci parlavano di questo giorno della comunione come il giorno più felice della nostra vita, ma mi rendo conto che questi "tutti" erano in verità le suore dell'istituto che con Dio ci si erano addirittura sposate.
Il giorno della comunione, mangiai il corpo di Cristo e dopo continuai a mangiare, ma questa volta insalata di mare e risotto agli scampi in un ristornate vicino il Lago di Bracciano e c'erano gli zii delle grandi occasioni, quelli che vedevamo solamente ai matrimoni e ai funerali e mio fratello aveva addirittura messo la cravatta per l'occasione e erano tutti talmente felici che non potevo assolutamente alzare il calice, battere il coltello sul bicchiere e annunciare a che io, in verità, mi sentivo tale e quale a prima. Il fatto, è che sul tavolo c'erano talmente tanti regali, che pur di aprirli avrei detto qualunque cosa. Volevano sentirsi dire che mi sentivo più puro? bhè, allora ero pronto a farlo, ma in verità, pur di ricevere un paio di fiammanti pattini da ghiaccio, avrei detto anche che le missioni in l'Uganda era sempre stato il mio vero sogno e se non fosse bastato mi sarei infilzato la forchetta nelle mani e avrei gridato al miracolo mostrando i segni delle stigmate. Che poi mica è colpa mia se a dieci anni il mio sogno era quello di pattinare come a Holiday On Ice.
L'unico piccolo problema, fu che in nessuno di quei pacchetti trovai dei pattini da ghiaccio e alla fine del pranzo avevo collezionato tre braccialetti d'oro perfettamente identici tra loro, due medagliette con l'immagine della Madonna che schiacci il serpente e una catenina con un crocifisso grande più o meno quanto quello sul quale Madonna si è fatta impalare per cantare Live To Tell. Ovviamente mia madre mi aveva costretto a ringraziare tutti i parenti con un affettuoso abbraccio, anche se io li avrei volentieri presi a sberle e tutte quelle ferraglie che mi avevano regalato le avrei portate in uno di quei negozi con la scritta "compro oro" sulla vetrina e ce ne era uno proprio vicino casa mia che aveva l'insegna gialla luminosa che diceva Re Mida e sebbene non fosse un nome particolarmente fantasioso per un'orefice, un po' di liquidità, sarebbe stata sicuramente più utili di una medaglietta della Beata Vergine e un braccialetto taglia neonato.
I pattini da ghiaccio alla fine non li ho più ricevuti e forse è stato anche meglio così che la mia era solo una smania di bambino che aveva letto un libro che parlava dell'Olanda, di una gara e di un paio di pattini d'argento come premio. Anche se sicuramente li avrei indossati più volte di quei braccialetti che sono sempre rimasti nelle loro scatolette di velluto blu e non so se da questo racconto si possa ricavare una morale e forse è che la religione è un mistero troppo grande per essere decisa dai propri genitori o forse più semplicemente che non è tutto oro quel che luccica. Quello che so però, è che certe volte basta una frase o rivedere un posto, per risvegliare ricordi sopiti che credevamo persi.
Certe cose si capiscono solamente da grande, quando ci si guarda indietro e si scopre che quello era l'unico percorso possibile.
Mio fratello ha sempre fatto l'album dei calciatori. Da che ha cominciato a funzionarmi la memoria, lo ricordo con i pacchetti di figurine in mano eccitato per aver trovato il giocatore mancate. Sai che divertimento. A me quei mezzo busti son sempre sembrate tutte uguali. Stesse magliette, stesse espressioni vuote. L'unica squadra che sapevo riconoscere era il Palermo, ma del resto come non ricordare una squadra con la divisa rosa? Tornavamo da scuola e mia nonna gli faceva trovare sempre nuovi pacchetti di figurine poggiati sopra l'album e allora ci sdraiavamo in terra e io ero l'addetto ad aprire le bustine e lui ad attaccare le immagini, compito che a me era proibito un po' come attraversare la strada da solo o ingerire il sapone. Facevamo il gioco che io coprivo la scritta e lui doveva dirmi il nome del giocatore e, capisco che probabilmente non doveva essere così difficile dato che io avrei saputo riconoscere le boccette di profumo di mia madre solamente annusandone la fragranza che neanche un setter irlandese, ma riconoscere tutti quei visi identici, per me era come decifrare la stele di rosetta e invece lui non ne sbagliava uno. Quando spuntò in edicola l'album di Creamy capii che finalmente era arrivato anche il mio momento. Finalmente anche io avrei potuto staccare la parte adesiva e incollarla sull'album! Ovviamente Creamy era la mia eroina preferita e sapevo tutta la sigla del cartone animato a memoria e non perdevo una puntata e neanche vi dico quanto ho pianto nell'episodio in cui viene scoperta durante la trasformazione e la bacchetta magica le cade in terra spezzandosi e impedendole di tornare Yu e ok, solo adesso mi rendo conto che forse fu una reazione un pizzico esagerata, ma per uno che si era costruito una bacchetta magica identica con il cartone e il legno, capite bene quanto potesse essere stata drammatica quella puntata. Ovviamente in classe mia solamente le femmine facevano l'album di Creamy e, benché a quei tempi parole come frocio, invertito, finocchio, gay, culattone, giraculo, ciucciacazzi e roba simile, non fossero così popolari come oggi, anche essere additato come il maschio che fa l'album delle femmine, era altrettanto scocciante. Non che abbia mai dato troppo retta alle prese in giro, e proprio per questo durante la ricreazione continuavo a snobbare le partite di calcio a favore delle più calme gare di tabelline che non so cosa ci trovassero le femmine di tanto divertente dato che poi io la tabellina del sei non l'ho mai saputa, ma almeno non si tornava in classe sudati, sporchi di terra e puzzolenti di sudore.
Era così la vita in terza elementare, una dura giungla nella quale sopravvivere tra figurine, ricreazioni e compiti a casa. E mentre continuavo a scambiare doppioni con le femmine, iniziavo lentamente a capire di essere differente dagli altri. Diverso perché non volevo perdere il mio tempo a correre dietro un pallone da calcio e diverso perché mi sentivo un cretino a saltare una corda dicendo i nomi della frutta. Non so chi sia stato a dire che i gay hanno una marcia in più e in verità conosco troppi finocchi completamente deficienti per crederci. Ma a otto anni, io mi sentivo diverso. Migliore di tutti quanti i miei compagni messi insieme e mai, neanche per un istante avevo creduto alla bufala che fare l'album di Creamy fosse sbagliato.