Correva l'anno 1997 e, come molti ragazzi in questi giorni, anche io passavo notti insonni per prepararmi alla maturità. E ora non venitemi a dire che il giorno prima degli esami bisogna andare a letto presto e stare riposati, perché queste sono minchiate da professore. Quando c'è da finire un programma, la notte non è mai troppo lunga. Che poi io un po' secchione lo sono sempre stato, ma quando vidi che il professore di italiano mi aveva presentato addirittura con un nove, ecco, mi sembrò un tantino esagerato. Ero forse sempre stato un'inconsapevole Virginia Woolf, o più semplicemente i miei sospetti che il professore fosse finocchio erano fondati? Leggete un paio dei miei post e scoprirete da soli la risposta... L'altra materia che portai agli esami, oltre all'italiano, fu matematica. In verità avevo scelto matematica, solo perché la professoressa mi faceva una pena incredibile. Snobbata e derisa da tutti, quando le arrivò un cancellino intriso di gesso perfettamente in faccia io feci la mia scelta. La presi da parte e le dissi che "No professoressa, in questi anni non ha perso il suo tempo, io voglio imparare da lei, io voglio portare matematica agli esami!". A ripensarci adesso suona un po' melodrammatico, ma forse le parole non furono perfettamente le stesse. Mi presentò con la media dell'otto, ma a poco valse dato che all'università, l'esame di Analisi I, dovetti rifarlo tre volte. Il giorno degli orali sciorinai alla perfezione tutti gli argomenti che avevo preparato, ma quando il presidente di commissione mi disse che "Non capisco proprio perché un ragazzo come lei, non abbia portato materie artistiche agli esami, ma sono sicuro che saprà ugualmente spiegarmi cosa intendeva Paolo Uccello dipingendo la celeberrima Battaglia di San Romano...". Ecco, dire che dopo questa domanda completamente fuori dal programma mi passò davanti tutta la mia carriera da studente, asilo nido compreso, è dire poco. E magari, avessi impapocchiato qualcosa di più utile di un semplice "Si, ricordo di averla vista in gita agli Uffizi...", magari a quest'ora non starei ancora combattendo con un trauma da 56. Cinquantasei. A me. Che poi si, vallo a raccontare in giro che "L'importante è aver finito, e poi lo sanno tutti che il voto di maturità non conta nulla...". Stronzate. Conta eccome quando ti aspetti un sessanta con lode e invece leggi scritto su quella bacheca un semplice cinquantasei e puoi controllare quante volte ti pare e seguire la riga con il dito indice ma quel numero sempre 56 rimarrà. Son cose che segnano queste e non servono i trenta dell'università a cancellarle. Io a quella maturità dovevo prendere sessanta. Per favore, fatemela rifare, io non posso continuare a vivere con questo scheletro nell'armadio. Io sono un sessanta!
